domenica 17 aprile 2011
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Seduti a gambe incrociate al quarto piano di un anonimo edificio di Yangon, una decina di giovani canticchiano We shall overcome, la canzone di protesta che Martin Luther King aveva intonato al termine di un suo discorso. Concludono così la loro giornata di studi all’Istituto Bayda, un centro di formazione in scienze sociali, animato dall’ex prigioniero politico Myo Yan Naung Thein. «Bayda, che in birmano significa giacinto d’acqua, è simbolo di coraggio e di lotta. È un fiore che Aung San Suu Kyi infila tra i capelli. Il nostro istituto è una delle cinquecento organizzazioni della rete di giovani che sostiene la Signora», spiega presentando uno a uno gli studenti del suo corso. Vengono da Yangon, la città più grande di Myanmar, ma anche dalle campagne. Hanno tutti solo parole di elogio per Aung San Suu Kyi. Anche Myo Yan Naung Thein l’adula, lui che non esitava a criticare la dissidente negli anni Novanta, quando la trovava troppo ostinata nel suo rapporto con la dittatura. Da novembre Suu Kyi ha fatto poche apparizioni pubbliche. Non è uscita da Yangon. Ha tenuto un solo grande discorso davanti alla folla, all’indomani della liberazione. Perché tanto ritegno? «Si sta formando un nuovo governo e si è riunito un nuovo Parlamento», precisa Myo Yan Naung Thein. «Lasciamo che le autorità si occupino delle loro lotte di potere interne. Non sanno cosa stiamo per fare. È perfetto», si entusiasma il giovane, sostenitore di questa strategia di attesa e osservazione. Il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), è stato sciolto lo scorso maggio. La vittoria dell’Lnd alle elezioni del 1990 è stata annullata dal regime. Aung San Suu Kyi e i suoi amici hanno boicottato lo scrutinio dello scorso novembre. Non hanno alcun rappresentante nel nuovo Parlamento. Esclusi dal gioco politico, ridotti a nulla dalla dura legge della giunta, il loro margine di manovra sembra molto limitato. La Signora di Yangon consulta diplomatici, incontra giornalisti, ascolta chi le è vicino. Intrecciando questi contatti, cerca di riorganizzare un movimento democratico in rovina.Qual è la sua strategia per portare la democrazia nel Paese?«Auspichiamo di sviluppare la società civile e di spingere il governo a esaminare le nostre richieste e rivendicazioni. Portiamo la gente a capire che ha il potere di ottenere ciò che vuole. Ma la cosa più importante è rafforzare le sue capacità. Quali che siano gli strumenti che utilizziamo, auspichiamo che siano non violenti».Perché pensa che la non violenza sia sempre il metodo giusto?«Perché troppo spesso la violenza è stata il modo in cui in Myanmar si è introdotto il cambiamento politico. Credo che dobbiamo cambiare la percezione secondo la quale solo la violenza può portare il cambiamento. Se ci chiudiamo in tale percezione, ci sarà sempre più violenza, di continuo. E chiunque desideri introdurre il cambiamento sulla scena politica birmana farà ricorso alla violenza, pensando che sia l’unico modo».Da vent’anni in Birmania non è cambiato nulla…«Non è così. Non capisco perché certe persone dicono che la situazione è bloccata. Ci sono stati molti cambiamenti, anche negli ultimi sette anni, corrispondenti al mio ultimo periodo di arresti domiciliari. Ora ci sono molti più giovani nel nostro movimento. E sono molto attivi. È possibile che i cambiamenti non siano evidenti agli occhi di tutti. Ma non credo che ci siano situazioni che non evolvono mai».Ha la sensazione che oggi i giovani siano più liberi dalla paura rispetto a sette anni fa, quando lei era libera?«Innanzitutto sono più liberi dall’ignoranza, grazie alla rivoluzione di internet, che è arrivata nel Paese, anche se il Myanmar resta fortemente in ritardo. Si liberano dall’ignoranza da sé, perché sono capaci di comunicare con altri giovani del loro Paese e di tutto il mondo, molto più facilmente che in passato. Credo che paura e ignoranza siano strettamente legate. Chi cammina nelle tenebre ha paura delle tenebre. Perché? Perché non vede nulla e non sa cosa deve affrontare. Più si sa, più si possono gestire le paure».Negli anni Novanta disse che non condannava la violenza di chi lotta per una giusta causa, come suo padre, il generale Aung San, che si è battuto per ottenere l’indipendenza dai britannici. La non violenza, per lei, è una strategia pragmatica o un principio?«Entrambe. Mio padre non combatteva contro birmani. Combatteva gli stranieri. E lei deve capire che i tempi sono cambiati. A quell’epoca la gente combatteva per ottenere ciò che voleva e non ci si preoccupava granché dei diritti dell’uomo. Ma anche mio padre, in alcuni degli ultimi discorsi, ha fatto riferimento a metodi non violenti. Ha detto apertamente: “Se dobbiamo combattere, combattiamo; ma preferisco un metodo pacifico, perché è meglio per il popolo”. Non era di natura violenta». Può dire che non cambierà mai in favore di una strategia violenta?«Non cambierò mai in favore di una strategia violenta. Ma non condannerò chi pensa che la violenza sia l’unico modo di procedere, perché è l’unica cosa che si conosce nell’ex Birmania. È quello che gli ha insegnato la storia. E poi non posso dire: “Non prendete le armi e seguite la via pacifica”, perché non posso garantire la loro sicurezza. Sotto molti punti di vista, la via della non violenza è la più pericolosa. Non abbiamo armi e l’altro campo è pronto a usare le sue».Anche Nelson Mandela in Sudafrica ammise la via della violenza, come estrema risorsa…«E alla fine tornò alla non violenza. Vede, anche lui si è dovuto evolvere con la sua epoca. Quando ha scelto la via della violenza, era ancora accettabile. Ma credo che l’idea di portare il cambiamento con la violenza sia diventata sempre meno accettabile nel mondo». Tomas Ojea Quintana, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, ha proposto di mettere sotto indagine il suo Paese sulle violazioni dei diritti dell’uomo. Lei è favorevole all’idea di una commissione d’inchiesta?«Sono favorevole, perché il suo lavoro, in quanto inviato speciale per i diritti dell’uomo, è fare tutto quello che ritiene necessario per scoprire cosa avviene in materia di diritti umani. Le violazioni dei diritti dell’uomo devono costituire l’oggetto di indagini per evitarne il ripetersi».Non pensa che una proposta del genere spaventi ancora di più il suo governo invece di spingerlo a impegnarsi nel dialogo?«Forse. Alcuni nel governo possono avere paura, se pensano di averne motivo. Ma, d’altra parte, devono capire ciò che diciamo, ossia che una commissione d’inchiesta non necessariamente porta in tribunale. Del resto, può essere anche un modo per evitare il tribunale. Com’è accaduto in Sudafrica. C’era una commissione per la verità e la riconciliazione che ha mostrato che si deve rispondere dei propri crimini. Ma ciò non implica necessariamente una rivincita. Una commissione d’inchiesta può consentire di prevenire la giustizia vendicatrice, che può seminare dissensi in un Paese. Perciò si parla di giustizia mitigata dalla pietà. È esattamente la strada che hanno scelto i sudafricani perché le divisioni nel loro Paese non si accentuino e non persistano. Credo che se quanti hanno motivo di avere paura in Myanmar guardassero a quest’esempio, capirebbero che una commissione d’inchiesta è nel loro interesse, a condizione che sia accompagnata da un accordo politico adeguato».Ha l’impressione che il governo abbia meno paura di lei?«Lo spero. Meno avrà paura e più riusciremo a fare il nostro lavoro. Ma non so. Parte del nostro compito consiste nel persuadere il governo che da noi non ha nulla da temere e che possiamo collaborare. Il governo è fatto di tante persone. E dietro ci sono i militari. Perciò dobbiamo convincere moltissime persone che il futuro passa attraverso la negoziazione e regole pacifiche. Penso che nell’esercito già ci siano persone convinte che abbiamo bisogno di una via più pacifica e di maggiore compromesso. In particolare abbiamo legami con le famiglie di militari che soffrono. Nell’esercito solo i dirigenti se la passano bene. L’esercito è composto di 500 mila persone. Ci sono moltissime persone, in particolare in fondo alla scala gerarchica, le cui famiglie sono in difficoltà come tutti in Myanmar».Come può aiutare il governo a non temere un cambiamento democratico?«In primo luogo, educandoli. Non parlo di educazione in senso stretto. Ma facendo loro capire che la democrazia non è la rivincita. Fargli capire questo vuol dire parlargli. Devono ascoltare ciò che diciamo. In fondo, è questione di comunicazione, non le pare?».Ha rapporti con il nuovo governo uscito dalle urne lo scorso novembre?«La lista dei ministri è stata pubblicata, ma non sappiamo ancora chi è incaricato di quale ministero. Nessuno nell’ex Birmania sa chi è realmente a capo del potere. Non abbiamo contatti con loro, per il momento, perché non sappiamo chi contattare».(per gentile concessione del quotidiano «la Croix»; traduzione di Anna Maria Brogi)
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