mercoledì 27 luglio 2016
Muti, il maestro compie 75 anni. E dirige il futuro
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«Niente zum pa pa… Verdi non è questo». Gli occhi di Yang Jiao, fissi sulla partitura, si alzano ad incrociare lo sguardo di Riccardo Muti. In Cina, forse, sono abituati a sentire Verdi con un’eco da banda. «Perché troppo spesso il melodramma, che è un patrimonio tutto italiano, viene bistrattato». Runtz Dawid, polacco, 24 anni, annuisce e si appunta qualcosa a matita sullo spartito. Parte la musica, le prime note del preludio di Traviata. Il suono prende corpo dai violini non appena Giedre Slekyte affonda la bacchetta nell’aria. Giedre è una ragazza che viene dalla Lituania, ha 27 anni. «Questo è il suono che voleva Verdi, un suono e un colore che sono tipici del nostro essere italiani», suggerisce Riccardo Muti che osserva il podio da un lato del palco, di fianco alla fila dei violoncelli. «Bene così», approva infilandosi gli occhiali e seguendo la musica sul leggio di un giovane musicista. Arriva il tema celeberrimo dell’Amami Alfredo. Qualcuno in platea vorrebbe canticchiarlo, perché lo sa a memoria. «Verdi con la sua musica parla di noi», riflette ad alta voce il maestro.Estate piena, agosto alle porte, mare a pochi chilometri. Ma al Teatro Alghieri di Ravenna si lavora sodo, otto ore al giorno: prove al pianoforte con i cantanti, prove d’orchestra, poi cantanti e orchestra insieme. È l’Italian opera academy. Detta con un titolo inglese perché internazionale dato che a Ravenna sono arrivate oltre 400 domande da ogni parte del monde e l’hanno spuntata solo in quattro. Ma italianissima, perché «vuole mettere al centro il nostro patrimonio musicale e trasmetterlo ai giovani per insegnare ai musicisti di domani come affrontare un melodramma dal punto di vista stilistico, per fare il punto sul ruolo del direttore d’orchestra», racconta Muti mentre i ragazzi dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini ripassano la parte.Il direttore napoletano domani compie 75 anni e li festeggia in mezzo ai giovani. «Sono nato a Napoli, ma sono cresciuto a Molfetta. Mia mamma quando doveva partorire tornava nel capoluogo partenopeo perché, ci ha poi raccontato, se qualcuno ci avesse chiesto dove fossimo nati noi figli avremmo risposto Napoli, città conosciuta da tutti in tutto il mondo. Non come la meno nota Molfetta…», sorride il maestro. Poi infila di nuovo gli occhiali. Si va avanti con Traviata. Ancora la musica di Verdi «per rimarcare – riflette il direttore – che nelle opere del nostro più grande musicista c’è già una regia musicale che dovrebbe essere rispettata da chi oggi fa di tutto per stravolgere il senso dei testi, raccontando spesso una storia parallela a quella del libretto». I ragazzi seguono interessati. Futuri direttori d’orchestra, futuri cantanti, ma anche futuri maestri collaboratori. «Arrivato a questo punto della mia vita e della mia carriera l’esperienza dell’Accademia era imprescindibile – spiega Muti che, dopo aver fondato la Cherubini per offrire ai ragazzi usciti dal conservatorio la possibilità di sperimentare il fare musica insieme, in Accademia insegna il melodramma – . I miei maestri sono stati Vincenzo Vitale, Bruno Bettinelli e Antonino Votto. Ho imparato i segreti del fare musica, ho capito cosa vuol dire dirigere l’opera italiana, un patrimonio che è solo nostro. Era un peccato non trasmettere ad altri questi insegnamenti». Tocca ad Alberto Maniaci salire sul podio. «È un privilegio essere stato il solo italiano ad essere selezionato. Ed è un privilegio la possibilità che un grande musicista, un grande interprete come Riccardo Muti, tramandi la sua esperienza e alcuni segreti del mestiere a un piccolo musicista quale sono io», racconta il 29enne palermitano per il quale nel mestiere di direttore d’orchestra «istinto e natura sono componenti importanti, ma non sufficienti se non si studia, in altre parole se non sono accompagnate da una rigorosa analisi della materia musicale e della gestualità». Giovani con le idee chiare, che non sentono la fatica di ore e ore in teatro quelli che sino al 5 agosto a Ravenna lavoreranno con Muti sulla Traviata per capire, spiega il direttore ai ragazzi, ma anche alle persone che in platea seguono le prove, «come si dovrebbe lavorare in un teatro con i professionisti della lirica, attenzione alla musica, ma anche alla parola». Il 3 agosto Muti dirige le più belle pagine di Traviata per passare poi il testimone, il 5 agosto, ai quattro giovani colleghi.Muti lavora sul suono dell’orchestra, sul gesto dei direttori, ma anche sulla pronuncia dei cantanti «perché Verdi diceva sempre ai suoi interpreti: ricordatevi di servire più il poeta del musicista». Alfredo e Violetta si conoscono, si innamorano. Lei ha due volti, Claudia Pavone e la russa Vera Protazova. Alfredo è Ivan Defabiani. Li ha scelti Renata Scotto, che proprio con Muti ha vestito i panni dell’eroina verdiana. «Ognuno deve scoprire la propria strada. Io ho scelto la musica. E l’esperienza che un maestro come Muti può condividere, quello che si può osservare e assorbire dai suoi insegnamenti, è un prezioso tassello dei molti elementi che concorrono alla formazione di un direttore d’orchestra», racconta Yang Jiao mentre riguarda l’Addio del passato, il drammatico congedo dal mondo di Violetta. Un modo che bussa alle porte dell’Alighieri: i fatti di Rouen, di Monaco, di Nizza. «Il mondo è in pericolo. Quando chiediamo la pace non lo facciamo in modo egoistico, per stare bene nel nostro piccolo senza preoccupazioni, ma lo facciamo con la consapevolezza che ognuno di noi è chiamato ad essere responsabile di ciò che gli succede intorno», riflette Muti che si dice poi certo che «una società molto colta è una società meno violenta». Occhiali sul viso. E si riparte con Verdi.
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