giovedì 12 dicembre 2013
​Mussolini a Salò costretto da Hitler a comprare la benzina al mercato nero
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Una confessione a «cuore aperto» su Mussolini «visto da vicino». Questo, in estrema sintesi, il si­gnificato delle memorie del 'que­store del Duce' a Salò, il colonnello Emi­lio Bigazzi Capanni, raccolte oltre mezzo secolo fa dallo storico fiorentino Alber­to Maria Fortuna, e solo ora venute alla luce. 

Nell’articolo di ieri, abbiamo rife­rito delle rivelazioni di Bigazzi riguardo all’annosa e sempre dibattuta questio­ne del carteggio Churchill-Mussolini, l’e­pistolario più scottante del Ventesimo secolo. Ma la testimonianza del 'custode' di Mussolini, chiamato nel gennaio del 1944 a organizzare la sicurezza attorno al Ca­po della Repubblica sociale italiana, è ben più composita e comprende molti aspet­ti della vicenda del Duce nella fase del suo crepuscolo. A Fortuna, che lo incontrò più volte nel 1960, Bigazzi raccontò, per cominciare, il suo colloquio d’esordio con Mussolini, che lo mandò a chiamare per provvede­re al suo servizio di scorta personale: «Il Duce s’informò di me e s’interessò delle mie cose. Infine, testualmente, aggiunse: 'La Polizia non ha mai tradito. Intendo che voi ricostituiate la [squadra] presi­denziale e che mi liberiate da questa so­vrastruttura militare che mi opprime e che trova migliore impiego sulla Majel­la'. Infatti, in quei giorni, la guerra si com­batteva sulle montagne d’Abruzzo e là vo­leva, il Duce, che fosse impiegata la Le­gione 'M' Guardia del Duce, piuttosto che nella 'prigione' di Gargnano. La so­vrastruttura militare era però costituita anche da un battaglione di Ss che cir­condava e sorvegliava il quartier genera­le della Rsi e che formava come un anel­lo di ferro intorno a Mussolini». Si tocca qui un punto fondamentale, quello della limitata agibilità politica del Mussolini di Salò, nei fatti oppresso da un apparato di vigilanza germanico tenden­te a controllarlo circoscrivendone la sfe­ra d’azione. L’ex questore Bigazzi, apren­dosi a una serie di inedite confessioni, spiega molto bene come il Duce fosse in­sofferente a quella tutela tedesca che su­biva come una spina nel fianco. Ecco, per esempio, che cosa accadde in occasione di una visita compiuta dal dittatore nella sua terra natale, in Romagna, nell’estate del ’44: «Si partì nel tardo pomeriggio del 3 agosto, dopo le sei. Riuscii ad accom­pagnarlo alla Rocca [delle Caminate], contro la volontà dei tedeschi. Mi ero in­fatti rifornito di benzina, al mercato ne­ro, e di gomme per la macchina. Le altre automobili furono tutte seminate lungo la strada. I tedeschi, poi, m’impedirono di accompagnarlo in linea, vuotandomi i cassoni della benzina». Non meno interessanti i risvolti del viag­gio compiuto da Bigazzi, al seguito del Duce, a Rastenburg, nella Prussia Orien­tale: la famosa Tana del Lupo. Mussolini e il capo dei suoi pretoriani vi giunsero in treno il 20 luglio 1944, poche ore dopo l’attentato che lasciò tuttavia Hitler inco­lume. Così l’ex questore ricorda quelle o­re drammatiche, in cui si decise la sorte del Terzo Reich: «Un paio di stazioni pri­ma di Rastenburg il treno si fermò e ven­ne dato l’ordine di abbassare le tendine e di non scendere per nessuna ragione, nemmeno arrivati a destinazione. Ma quando fummo a Rastenburg trovam­mo Hitler ad aspettarci, con tutto il se­guito. Il Führer aveva il braccio fasciato. Mancava soltanto Himmler, partito per la repressione». A proposito di Himmler, da lui incontra­to in occasione di un altro viaggio in Ger­mania, così riferì a Fortuna: «Aveva una faccia da seminarista e tale poteva anche apparire. Ma, vicini a lui, si avvertiva nei suoi occhi un lampo gelido e scostante». Durante la Rsi, a Bigazzi toccò il compito sgradito di far compiere una perquisizio­ne a Villa Fiordaliso di Gardone, residen­za di Claretta Petacci. Lì furono trovate 13 copie fotografiche delle lettere che Mus­solini aveva scritto alla sua amante. A Salò, parte dell’ala intransigente di quel regime tramò per eliminare dalla scena la Favo­rita, ritenuta colpevole di aver instaurato un suo sistema di potere attorno al ditta­tore. Tra i nemici giurati di Claretta, vi fu la stessa moglie del Duce, Rachele, che organizzò una sorta di 'spedizione puni­tiva' al domicilio della giovane rivale. A Bigazzi, preso tra due fuochi, non restò che tentare di salvare il salvabile, cercan­do di evitare che le fazioni contrapposte giungessero a sbranarsi. L’ex capo della squadra presidenziale addetta al Duce, raccontò anche di aver appreso, e riferi­to al diretto interessato, delle manovre che certi ambienti stavano ordendo per eliminare la Petacci. Tra coloro che sta­vano preparando il 'colpo di mano', vi era il generale Tommaso Semadini, capo del Servizio politico informativo della Guardia nazionale repubblicana. Quan­do Mussolini lo seppe, andò su tutte le fu­rie, producendosi in uno sfogo privato che il questore non avrebbe mai più di­menticato: «Anch’io – disse – ho pure il diritto di avere un po’ di quiete, una mia vita personale, un’amica». Poi, quasi a vo­lersi giustificare, elencò una serie di per­sonaggi storici che avevano cercato nel­la compagnia femminile una divagazio­ne, un rimedio alle asprezze dello scon­tro politico: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Crispi. Infine si scagliò contro quegli uo­mini che tramavano alle sue spalle: «Non avrei mai pensato che tra gli ufficiali ci fossero dei sicari e dei criminali».

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