lunedì 31 maggio 2010
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I critici la chiamano «voce d’angelo del Sudamerica». Un grande del jazz, Branford Marsalis, la definisce addirittura «una di noi». Cioè una cantante (faccenda rara) anche musicista. Parliamo di Claudia Acuña, 39 anni, cantautrice ed interprete capace di portare sulla scena internazionale storia, drammi, forza del Cile e del suo popolo. Dalla dittatura al terremoto, con lei si parla di tutto, e di tutto lei canta. Il suo nuovo cd En este momento, prodotto proprio da Marsalis, contiene infatti jazz e melodia, riflessioni intime e riprese di autori importanti non solo sotto l’aspetto musicale. Come il connazionale Victor Jara, ucciso in uno stadio sotto Pinochet. O l’argentino Fernando Solanas, coautore di Vuelvo al Sur con Piazzolla, vittima di tentato omicidio per ragioni politiche.En este momento è il quinto disco della cantante di Santiago, un lavoro dove lei canta la libertà: dentro le sette note, e non solo.Signora Acuña, cosa significa per lei «impegno»?Valorizzare e divulgare la storia e le storie del mio continente, per capire chi siamo guardando alla lezione del passato. Un impegno anche artistico, basato sullo studio delle radici musicali cilene.Nel disco interpreta tre brani di Jara, ucciso sotto Pinochet. Cosa ricorda di quel periodo tragico?Io mi sono sempre sentita libera, la musica mi ha aiutato a trovare risposte in me. Certo, quando ho realizzato che c’era la dittatura, da adolescente, non è stato facile. Proprio studiare artisti come Jara è stato decisivo per me, allora giovane e incapace di esprimere il proprio disagio di fronte alla gente che scompariva, alla situazione del potere…Dopo Pinochet cosa ha visto cambiare in Cile?La gente non ha mai perso i valori veri: quindi il Paese si è ripreso in fretta, ha identità, cresce.Il terremoto quanto ha cambiato questa prospettiva?Sul piano personale posso dirle che è stato orribile. Ho capito una volta di più il valore della vita. Ma la gente cilena ha mostrato anche lì la sua determinazione: a ripartire, ricostruire, vivere.Lei è portavoce dell’organizzazione cristiana World Vision Chile, impegnata per l’infanzia. Ci ha scritto un brano, «That’s what they say». Perché?Ho visto troppi bambini soffrire, in tv e dal vero. A un certo punto mi è scattata una molla: non possiamo restare indifferenti, vivere nella nostra bolla di fortunati. Ed ho gridato la mia rabbia, la mia tristezza, a Dio, per capire come aiutarli.Ecco, Dio. Cos’è per lei?Il rapporto con Dio è importantissimo nella mia vita. Cerco di trovarlo in ogni cosa, in ogni atto, in ogni persona. Nella canzone canto, in fondo, anche questa relazione strettissima che io voglio con Lui.Ora pensa di impegnarsi concretamente anche per il suo Cile colpito dal terremoto?Sì. Anzi, l’ho già fatto. Il 20 marzo a New York ho raccolto fondi in un concerto che ho organizzato, invitando grandi jazzisti miei amici. Le dico una cosa: fino alla morte voglio crescere come artista, e voglio che la mia musica dia, e dica, sempre di più.
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