martedì 5 luglio 2016
Musei aperti al cambiamento
Milano fino a sabato è sede degli stati generali dei musei mondiali. Tremilatrecento persone da centotrenta paesi sono qui per la Conferenza generale di Icom (International Council of Museums), che con 35mila membri in 140 nazioni è probabilmente la più grande organizzazione culturale del mondo. Il tema della conferenza, la 24ª nella storia di Icom – che compie quest’anno settant’anni – e la seconda a essere tenuta in Italia (ma la precedente è stata nel lontano 1953) è “Musei e paesaggi culturali”, ossia «il paese dove viviamo che ci circonda con le immagini e i simboli che lo identificano e lo caratterizzano» (Carta di Siena, 2014). «Questo tema racchiude le grandi sfide della contemporaneità – ha detto ieri mattina Alberto Garlandini, presidente del comitato organizzatore durante la cerimonia di apertura –. La parola chiave del dibattito internazionale è diversità: di musei, di identità, di paesaggi. Pensare al paesaggio vuol dire confrontarsi con il complesso di relazioni materiali e immateriali che legano le collezioni alle comunità». Daniele Jalla, presidente di Icom Italia, accanto a “diversità” propone come parola chiave anche “apertura”: «A ogni museo corrisponde un paesaggio culturale. Agli operatori museali fa bene aprirsi al paesaggio: per vedersi dall’esterno, per capire come sono visti dai visitatori e da chi ai musei non ci va; e questo significa aprirsi alla comunità. Inoltre in questo modo i musei possono capire in che misura fanno parte del paesaggio culturale che li circonda, e questo significa aprirsi al patrimonio. Cosa i musei possono fare per il paesaggio? E come il paesaggio può dare loro? Porsi queste domande, infine, significa aprirsi al presente». In ultima istanza, quindi, il centro della discussione è il ruolo dei musei nel contesto contemporaneo. Un punto al cen- tro dell’intervento del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini: «I musei sono importanti per molte ragioni e da tempo, ma lo è ancora di più in questa stagione difficile che il mondo sta vivendo. Non sono solo i luoghi in cui si mostrano con orgoglio la propria storia e identità, ma diventano il punto di dialogo in cui si ascoltano e si incontrano le culture più lontane. L’Italia anche per questo ha investito molto nel proprio sistema museale e più in generale in cultura, dopo anni difficili di tagli ai bilanci. Abbiamo investito il 37% in più rispetto all’anno scorso. Due anni fa abbiamo avviato una riforma importante del sistema museale, per la quale abbiamo avuto la collaborazione preziosa di Icom Italia. Il nostro Paese non ha un grande museo nazionale: ha un grande museo diffuso. Per questo i dati non sono confrontabili rispetto a musei come il Louvre o il British Musem. Nel nostro Paese sono 420 i luoghi statali della cultura, oltre quattromila se contiamo quelli comunali, ecclesiastici e privati. Ora è il tempo di valorizzare: servizi aggiuntivi, supporto per i cittadini e i visitatori. Si vuole vivere un’esperienza nel museo». L’introduzione della domenica dei musei a ingresso gratuito, secondo Franceschini, ha portato frutti: «Siamo passati dalle 190mila persone della prima domenica di luglio del 2014 alle 700mila che ogni mese entrano nei nostri musei. Sono famiglie, cittadini, turisti. La gratuità ha trainato i visitatori a pagamento: rispetto al 2013, nel 2015 abbiamo registrato cinque milioni di ingressi in più, che in totale nei soli musei statali hanno superato quota 43 milioni». E dà il dato più aggiornato: «Nel primo quadrimestre del 2016 rispetto al 2015 i visitatori sono cresciuti del 9,3%, un milione in più, e gli incassi del 16%». Passa quindi su un piano internazionale: «Domandiamoci perché il terrorismo colpisce e distrugge i luoghi della cultura… Nel passato i siti venivano colpiti come conseguenza di una azione di guerra. Oggi vengono distrutti intenzionalmente perché simbolo di una diversità che non viene accettata. Non bisogna lasciare ai singoli Stati il compito di difenderli da soli. La cultura e i musei sono il più forte strumento per il dialogo e la conoscenza tra i popoli». La mattinata prevedeva due relazioni “d’autore”, quello dello scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel nel 2006, e di Christo, a poche ore dalla chiusura dei suoi Floating Piers percorsi in due settimane da un milione e duecentomila di persone. Pamuk è intervenuto con un videomessaggio ripercorrendo il suo progetto del Museo dell’innocenza, un romanzo pubblicato nel 2008 e diventato un vero e proprio museo aperto nel 2012 a Istanbul: «Il libro è una storia d’amore, il museo mostra tutti gli oggetti toccati dai personaggi del romanzo. Libro e museo sono nati nella mia testa insieme e all’inizio pensavo di aprirli anche insieme, un museo postmoderno come un catalogo. Poi ho pensato che il romanzo dovesse avere una forma “normale”. Così ho aperto il museo quattro anni dopo: ci ho messo molto tempo nel comporne, discuterne, costruirne la logica. Il romanzo ha 83 capitoli e 83 teche ha il museo ». Il lavoro sul suo museo è diventato per Pamuk l’occasione di riflettere sui musei in generale e sul loro significato, idee che ha pubblicato in un Modest manifesto for museums: «Io amo i musei, li prendo seriamente e spesso mi capita di avere reazioni forti. Quando ero bambino a Istanbul c’erano pochi musei. Visitando le città europee ho capito che i musei, come i romanzi, possono raccontare gli individui. Sono tesori del genere umano, ma sono contro l’utilizzo che ne viene fatto: i musei dovrebbero esplorare e scoprire l’universo e l’umanità dell’uomo nuovo che emerge dalle economie in crescita nei Paesi non occidentali. Lo scopo dei musei statali è quello di rappresentare lo Stato: e questo non è né buono né innocente. I musei nazionali mostrano la storia delle nazioni, secondo la teoria per cui questa sia più importante della storia degli individui. Ma solo le storie individuali riescono a dipingere la profondità della nostra umanità». Pamuk enumera allora una serie di “punti” su cui progettare nuovi musei: «I musei devono diventare più piccoli, meno costosi: così possono raccontare storie a livello umano. Invece la tendenza è costruire musei giganteschi, che impauriscono le persone perché ricordano i palazzi governativi. I musei devono saper ricreare il mondo degli sfruttati. I musei devono raccontare un ambiente, un contesto: il futuro del museo è dentro le nostre case. Avevamo l’epica, ora abbiamo bisogno di romanzi. Avevamo la rappresentazione, ora serve l’espressione. Avevamo monumenti, ora servono case per abbracciare l’umanità». Christo è stato chiamato invece a raccontare la sua capacità di generare con i suoi interventi veri e propri “paesaggi culturali”. L’artista di origine bulgare ha passato in rassegna i suoi lavori principali, da Wrapped coast del 1968 a Valley Curtain (1970-72) all’impacchettamento del Reichstag (1971-1995) e naturalmente Floating Piers, di cui Christo ha mostrato il processo progettuale: gli accordi con le autorità, i test segreti, i calcoli ingegneristici, gli schemi degli ancoraggi sommersi. «Il progetto – ha detto – contempla anche decisioni di tipo estetico: gli angoli del percorso, il tipo di tessuto, la larghezza e la forma della passerella, piatta al centro e smussata ai lati. Se ci pensate una delle cose più inusuali è che le persone abbiano camminato senza parapetti, e l’acqua è profonda 90 metri…». Per camminare in libertà: «Sono cresciuto in Bulgaria, sono scappato dal comunismo in Occidente nel 1957. Sono andato in accademia per fare arte libera. E la libertà dell’arte è al centro del del mio lavoro: che è irrazionale e inutile. La gente ha camminato per andare da nessuna parte. Cerco la libertà. Ecco perché i Floating Piers erano del tutto gratuiti. Questi progetti esistono per poco tempo perché la libertà è l’opposto del possesso, e il possesso è permanenza. La gioia e la bellezza esistono nell’arte contemporanea? Oggi è tutto propaganda. Io voglio fare cose inutili, ma cose che solo gli artisti possono fare. E quindi cose portatrici di gioia e bellezza».
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