venerdì 16 agosto 2019
Avrebbe compiuto 77 anni il prossimo 26 settembre. Il ricordo di Merckx. Riproponiamo un'intervista rilasciata ad Avvenire nel 2012
Morto Felice Gimondi, il campione inesauribile
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è sempre detto: senza Merckx… Questa volta è Eddy Merckx, però, che piange un amico, più che un rivale. L’antagonista più vero e autentico. Questa volta è il Cannibale a dire: «E ora, senza Felice…». Se ne andato via Felice Gimondi. Questa volta per primo. Lui che è stato costretto troppo spesso da quel prodigio di nome Eddy Merckx ad inseguire. Se ne andato in un giorno di estate, mentre felice nuotava con la sua Tiziana – la donna di una vita – in uno dei mari più belli del mondo. Era al mare, quando si è sentito male e il suo cuore ha cessato di battere nonostante abbiamo provato in tutti i modi a salvarlo con un massaggio cardiaco sul bagnasciuga dei Giardini Naxos. Ci veniva da alcuni anni Felice, con la sua Tiziana per trascorrere in questa terra riservata e generosa qualche giorno di vacanza.

Nato a Sedrina il 29 settembre del 1942, Felice Gimondi è stato un grandissimo del ciclismo, prima come corridore e poi come dirigente. Salito alla ribalta vincendo da dilettante il Tour de l’Avenir (che per curiosa coincidenza si sta correndo proprio in questi giorni) nel 1964, il campione bergamasco ha esordito tra i professionisti nella stagione successiva collezionando il secondo posto alla Freccia Vallone e il terzo al Giro d’Italia vinto dal suo compagno di squadra Vittorio Adorni. «Ho perso un caro amico – ha commentato con la voce rotta dal pianto il campione parmense –. Ho perso un altro grande tassello della mia vita di sportivo e di uomo». Proprio quel risultato ottenuto al Tour delle “speranze” convinse i dirigenti della Salvarani a proporgli di partecipare anche al Tour de France: dopo qualche tentennamento e superate le perplessità della famiglia, Gimondi partì per la Francia. Partito anche qui come gregario di Adorni, Felice vinse la terza tappa a Rouen indossando la maglia gialla e da lì cominciò la sua cavalcata finale che – dopo il duello sul Mont Ventoux con Poulidor e altri due successi di tappa nelle crono del Mont Revard e di Parigi – lo portò a cogliere il trionfo finale.

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Fu quello il primo passo di una carriera straordinaria che lo portò a conquistare per tre volte il Giro d’Italia (1967, 1969 e 1976) e una volta la Vuelta di Spagna (nel 1968). Grazie a questi successi, in tutti e tre i Grandi Giri, è uno degli otto corridori a poter vantare la “tripla corona”, al pari di campioni del calibro di Jaques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Miguel Indurain, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Nel suo ricchissimo palmarès vanta tra le altre vittorie il Mondiale del 1973 a Barcellona, la Milano-Sanremo del 1974 vinta in maglia iridata, la Roubaix del 1966, il Lombardia del 1966 e quello del 1973.
Gimondi e Merckx un connubio perfetto, più che una rivalità. Il Cannibale contro il campione; il gigante contro l’irriducibile. Merckx il più grande campione di sempre, ingigantito dalla figura e dall’agonismo di questo inesauribile e immenso rivale, che non si è mai dato per vinto, ingaggiando duelli che spesso, sulla carta, potevano sembrare persino superflui. Se Merckx è stato il simbolo della vittoria, Gimondi non è assolutamente stato quello della sconfitta, ma della speranza. Quella speranza che ogni atleta ha di poter vincere la propria sfida anche contro un avversario che all’apparenza indomabile.

Gimondi nella sua immensa carriera perse tante volte, ma altrettanto vinse. «E ogni vittoria, ottenuta con dedizione e puntiglio, valevano per me tre volte quelle del mio caro amico Eddy», ebbe modo di confidarci in più di un’occasione.

Leggi l'intervista rilasciata ad Avvenire nel 2012: Sono ancora Felice... Malgrado Merckx

Felice Gimondi sorridente subito dopo aver vinto il Giro d'Italia edizione 1976

Felice Gimondi sorridente subito dopo aver vinto il Giro d'Italia edizione 1976


«Piango un amico caro, un compagno di squadra fantastico», ha detto Vittorio Adorni. «Piango un uomo e un atleta eccezionale», ci dice Ernesto Colnago, il grande costruttore che ha sempre avuto un rapporto di grande amicizia con Felice. «Ci sentivamo spesso. E spesso mi veniva a trovare. Era uno dei grandi simboli del nostro sport, per me era una persona squisita. Un uomo di valore e valori».

In carriera il fuoriclasse bergamasco ha ottenuto 143 vittorie come professionista, cui ne va aggiunta una trentina fra allievo e dilettante. Primo successo la Bergamo-Celana per allievi il 1° maggio 1960; ultimo il Circuito di Cenaia il 3 agosto 1978. Tra le vittorie più significative il Campionato mondiale nel 1973; il Tour de France 1965; tre Giri d’Italia (1965, 1967, 1976); una Vuelta a España (1968); una Parigi-Roubaix (1966); una Milano-Sanremo (1974); due Parigi-Bruxelles (1966, 1976); due Giri di Lombardia (1966, 1973); due campionati italiani (1968, 1972); due Gran Premi delle Nazioni a cronometro (1967, 1968); un Gran Premio di Lugano a cronometro (1967); due Trofei Baracchi (1968 con Anquetil, 1973 con Rodriguez); un Giro di Romandia (1969). Ha vinto tappe al Giro, al Tour, alla Vuelta e vanta il record di podi al Giro d’Italia: nove (tre primi, due secondi, quattro terzi posti).

«Considerarlo uno dei più grandi ciclisti della storia è limitativo – dice sempre Colnago –. Per me è un grande dello sport, al pari di Mennea e Alberto Tomba, Valentino Rossi o Nino Benvenuti, Giacomo Agostini o Gustav Thöni. Felice è stato uno dei simboli più belli dello sport azzurro».

«Stavolta perdo io». Il ricordo del rivale Merckx

«Stavolta perdo io». Eddy Merckx ricorda il rivale-amico Felice Gimondi con parole di omaggio poetiche e allo stesso tempo di valutazione tecnica del campione che è stato. «Perdo prima di tutto un amico e poi l’avversario di una vita. Abbiamo gareggiato per anni sulle strade l’un contro l’altro – ricorda il fuoriclasse belga – ma siamo diventati amici a fine carriera. L’avevo sentito due settimane fa così come capitava ogni tanto. Sono distrutto». Anche un altro grande rivale di Gimondi, Gianni Motta, sente di aver subito «un colpo durissimo. Eravamo nemici sempre, ma c’era grande rispetto per l’uomo, per l’atleta e per il rivale. Con lui e ne va un pezzo della storia d’Italia e anche della mia Eravamo entrambi nati poveri e siamo cresciuti a forza di colpi sui pedali. Eravamo rivali, litigavamo. Una volta lo chiamai e gli dissi basta litigare, Felice, pensiamo solo a correre». Renato Di Rocco, presidente della Federciclismo, ha rimarcato che si tratta di «un lutto per tutto il mondo del ciclismo», mentre il ct della Nazionale, Davide Cassani, lo definisce «il solo idolo nella mia vita».



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