domenica 15 novembre 2009
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L’appuntamento con Mogol è fissato per parlare della stuzzicante raccolta I capolavori di Battisti-Mogol. Stuzzicante non tanto per i 33 brani in essa contenuti (per lo più veramente capolavori, con due versioni inedite in spagnolo di Respirando ed Ancora tu. E nemmeno per la previsione (in fondo, era ora) dell’uscita, da dicembre, di tutti i dischi della coppia in versione Mogol edition che ricorda quanto fatto sui Beatles. La curiosità stava nell’approfondire con Mogol stesso le note di copertina: storie inedite sulla collaborazione con Battisti e la nascita dei loro grandi successi. Però, dopo aver raccontato di come scrivevano l’uno la musica e l’altro i testi «senza dissidi», solo una volta Mogol bocciò una musica dell’amico («E lui ne fece uno strumentale e mi chiese di dargli il titolo. Fu Fuoco, fosse stato per me l’avrei bruciata…»), quando gli si chiede in che misura in fondo si sentisse anche lui cantautore, sornione Mogol butta lì una frase. «Solo di recente è accaduto. A Londra, accennando all’orchestra diretta da Geoff Westley uno dei testi della mia nuova opera. Io non sono un cantante, ma si sono commossi tutti… Credo di essere al lavoro sulla cosa più importante della mia vita». E l’intervista, allora, non può che partire da qui, da questa voglia inattesa di parlare di qualcosa di cui, sinora, si era per lo più vociferato.Mogol, cosa sta combinando con un’orchestra a Londra?Un melodramma. Musica di Gianni Bella, testi miei, stiamo incidendo l’orchestra: 94 elementi.Qual è il contenuto definitivo del lavoro?Una elaborazione della Storia di una capinera di Giovanni Verga. In senso fortemente religioso: anzi, la mia Maria, le cito i versi, «è bianca come Maria, ma con una goccia di follia». Ovvero, non è realmente peccatrice: il suo slancio umano non tradisce Gesù. (la protagonista del romanzo di Verga è una novizia dubbiosa, che torna in famiglia, conosce in modo platonico l’amore umano e poi si perde nel dramma dello scegliere fra vita mondana e vocazione, nda).Ma non è la prima volta che lei parla di valori cristiani: proprio nella raccolta battistiana svela il significato de «Il nostro caro angelo», per dire…Esatto. L’ideale da salvare anche se il tempo può offuscarlo. L’anelito puro, il credere. E c’è una cosa curiosa, da dire. Negli anni Settanta molti interpretavano i testi e poi contestavano: come se i personaggi fossero cronaca di vita dello scrittore. Così mi diedero del maschilista, pure per Emozioni, o del fascista. Ma questo brano non lo capì nessuno. Si parlava per dogmi, non si pensava alle cose vere.Come la sua vocazione missionaria di «Anche per te»…Eh sì. Da ragazzo veramente ho vissuto il contrasto fra il farmi una famiglia e il desiderio di aiutare il prossimo. Cui pensavo, sbagliando, che la famiglia fosse d’ostacolo. Quella canzone canta questo.Un dissidio interiore simile a quello della Maria della sua opera. Ma come ci arriva, lei, all’opera?Ah, per caso. Mi ha chiamato Gianni Bella, scrivendo mi sono appassionato. Ho scoperto Verdi, sto vivendo un’esperienza artistica per me liberatoria.Ma ha anche cambiato il modo di scrivere i testi?No. Come con Lucio parto da quello che conosco e vedo. Lessico quotidiano, senza enfasi, verismo del 2009: credibile. Anche se in rima.Ora si può dire quando debutterà?Faremo delle anteprime in varie città italiane, poi un concerto, una vera "prima", nell’estate 2010. Ma miriamo al mondo, sa. Voglio ridare vita alla nostra tradizione melodrammatica. Per ora abbiamo scelto solo un protagonista, il basso Michele Pertusi, che lavora alla Scala, a New York… Potremmo anche però puntare su voci non impostate. Stiamo lavorando.Insomma, dopo Battisti, dopo che pochi mesi fa lei ha dato per la prima volta il suo nome a un disco, quello degli Audio2, una sfida inattesa…La più importante della mia vita. Anche una risposta al crollo della cultura, del gusto. Perché quel disco che lei cita, cui mi hanno quasi costretto a dare il nome, non l’hanno promosso. E forse se io e Lucio iniziassimo oggi non ci ascolterebbero. Da vent’anni, alla mia scuola, il Cet, cerco di spingere i giovani alla qualità. Ma ormai manca meritocrazia. E allora io con l’opera miro a un altro pubblico. Selezionato, con il gusto della cultura. E stavolta mondiale.
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