martedì 14 marzo 2017
Il Teatro dell’Orsa porta sulle scene di tutta Italia un gruppo di giovani rifugiati e richiedenti asilo. Uno spettacolo potente sul partire e sull’ospitalità, frutto di un percorso di integrazione.
I protagonisti di “Questo è il mio nome”, del Teatro dell’Orsa

I protagonisti di “Questo è il mio nome”, del Teatro dell’Orsa

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Già nel 2004 al Globe Theatre di Roma s’era visto uno spettacolo terminare con i ragazzi neri, gli ex “ chokora”, “spazzatura di strada” come venivano appellati a Nairobi in Kenya, urlare il proprio nome brandendo con fierezza il passaporto. Era il Pinocchio Nero di Marco Baliani. A distanza di tredici anni al Teatro Cardinal Massaia di Torino, dove frate Marco Costa ospita una rassegna dal titolo eloquente e programmatico, “CatArtIco” (acronimo di catarsi, arte, icona), un altro spettacolo presenta nel finale altri cinque ragazzi provenienti dall’africa subsahariana che stavolta con tono più dolce e scanzonato ma non meno consapevole affermano e spiegano il loro nome mostrando un distintivo a forma di cuore. Ezekiel, Ousmane, Djibril, Lamin e Ogochukwu, così si chiamano e Questo è il mio nome è il titolo della pièce che da molti mesi sta spargendo emozioni e riflessioni e raccogliendo premi e ovazioni. Reazioni entusiaste che si ripeteranno la prossima estate al festival Solstizio d’estate di Mezzocorona.

Gli artefici di questa missione teatrale sono Monica Morini e Bernardino Bonzani del Teatro dell’Orsa che da qualche anno hanno visto sconvolti i loro piani artistici, esaltate le loro sensibilità umane e ribaltate le necessità: «Adesso le nostre priorità sono altre – ammette Monica Morini – essere entrati nelle loro ferite, aver visto nei loro occhi il terrore panico di viaggi nel deserto senza acqua, botte ricevute nelle carceri libiche e persino dai bambini nelle strade, traversate in mare in un groviglio di pianti, urla e corpi senza vita ci ha destabilizzato e aperto altre prospettive sicuramente più potenti e vitali». Monica si riferisce ovviamente ai migranti arrivati nel nostro paese, quindi richiedenti asilo e rifugiati. Marco Baliani agli inizi del 2000 aveva portato lui il teatro a Nairobi per riscattare dalla strada, dagli slums e dall’alienazione i ragazzini africani; Monica e Bernardino invece, grazie al “Progetto Sprar” di Reggio Emilia e alla mediazione culturale della cooperativa “Dimora d’Abramo”, se li sono trovati praticamente sotto casa, li hanno accolti e han- no iniziato con il loro laboratorio uno straordinario percorso artistico e umano che ha portato questi giovani dai 18 ai 27 anni del Senegal, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria e Gambia a rinascere, ritrovare fiducia, a imparare la nostra lingua, a sviluppare relazioni, a rispettare le regole, a trovare lavoro, a integrarsi perfettamente grazie all’arte più effimera e aleatoria, ma evidentemente anche la più umanamente potente e contagiosa: il teatro.

“Papà e mamma leone”, così i loro ragazzi neri li chiamano a testimonianza di un legame affettivo forte ma anche dell’autorevolezza di Monica e Bernardino che alzano la loro criniera quando c’è da far capire che il lavoro teatrale richiede serietà, sacrificio e spirito di squadra. Tutte qualità che non sono mancate ai giovani africani che dal punto di vista della predisposizione interpretativa stanno, come svela Bernardino Bonzani, praterie in avanti rispetto a molti nostri professionisti del palcoscenico: «hanno una potenza, una vitalità, una resistenza impressionante coniugata a immediatezza e presenza di spirito nel “qui e ora”, in pratica sono semplicemente veri!». E si vede e si sente la loro autenticità durante i sessanta minuti dello spettacolo che offre un percorso denso, intenso, in cui si intrecciano memorie, canti, coreografie, storie dei loro paesi d’origine con situazioni della realtà nostrana contemporanea. Tutto comunicato solo attraverso corpo e parola armonicamente fusi in una pulizia e precisione espressiva che rende superfluo ogni orpello scenografico. Un teatro povero e necessario che farebbe invidia a Grotowski e che, come piacerebbe al maestro polacco, “abbatte le frontiere fra me e te”.

Numerose le immagini che restano, dall’evocazione dell’estenuante e stremante corsa nel deserto alla raffigurazione di una attuale “Pietà” accompagnata dai versi ormai classici della preghiera laica di Erri De Luca Mare nostro, da una vestizione ieratica che prefigura una futura ma non lontana totale integrazione alle gioiose esternazioni finali in cui l’urgenza di non essere reinghiottiti dall’anonimato e dall’invisibilità si fa impellente: «Io ti vedo. Tu mi vedi?». Ma il pregio maggiore di questa operazione risiede in due parole: verità ed evocazione. La prima traspare ad esempio dal volto di Ezekiel che fuori dalla scena condivide con noi il dolore del passato e la gioia del presente: dal ricordo della scelta drammatica della madre che in Libia non potendo pagare per entrambi decide di staccarsi e di affidarlo alle onde del mare come un novello Mosè, alla realtà odierna fatta di polvere da palcoscenico e di riparazione di gomme e pneumatici.

Ma è uno spettacolo che fa volare anche la mente, dall’invito del Signore ad Abramo nella Genesi ad andare via dalla sua terra alla canzone popolare Mamma mia dammi cento lire, dall’accoglienza di Ulisse da parte dei Feaci nell’Odissea alla “Carta Manden”, la prima dichiarazione dei diritti dell’uomo nata in Mali alla fine del 1222 in cui si dichiara che «Ogni vita è una vita. Ogni vita vale». E messaggi inequivocabili vengono lanciati dal palco: l’ospitalità è la legge più antica del mondo, lo straniero è sacro e non deve più essere sinonimo di massacro, le parole evangeliche «Ero forestiero e mi avete ospitato» non possono più essere puntualmente tradite, l’integrazione è possibile, la convivenza l’unica strategia praticabile. Utopia? Illusione? Retorica? No, è realtà secondo Monica Morini: «Vedere mio figlio di 17 anni che racconta a Ezekiel la Saga degli Atridi e da lui ascolta la tradizione orale africana è una risposta concreta e una prova tangibile della ricchezza delle diversità». La speranza dunque è di non dover arrivare a vivere il rammarico con cui il poeta greco Kostantinos Kavafis chiudeva la sua poesia Aspettando i barbari: «E ora senza barbari cosa sarà di noi? Era una soluzione quella gente».

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