martedì 3 marzo 2015
Al ciclista ancora affannato sul traguardo una volta si chiedeva se era contento di esser arrivato primo. Il giorno dell’elezione hanno provato a  chiederlo a un giurista cattolico che – fuori dall’agone politico da qualche anno – aveva appena tagliato il traguardo politico più ambito. «Presidente, è felice?», chiese a Sergio Mattarella un giornalista all’uscita dalla foresteria della Corte Costituzionale in cui alloggiava. La risposta fu semplice e bruciante: «Non si tratta di questo», disse. Di che cosa si tratta, allora? La spiegazione in qualche modo arriva ora da un libro che esce in questi giorni e da cui presentiamo in questa pagina due estratti, Sergio Mattarella, il Presidente degli italiani Edizioni San Paolo, pp. 160, euro 12,90): volume utile a ricostruire le vicende umane e politiche che si intrecciano nella vita del capo dello Stato, contrassegnata da incarichi ad alto livello (tre volte ministro e anche vicepremier) ottenuti sempre a seguito di una precisa, a volte irrinunciabile chiamata e mai sull’onda della rivendicazione di un ruolo; ruolo al quale anzi – in una ben nota occasione – non mancò di rinunciare.  La parola «giustizia» coltivata con la passione del credente e la competenza dello studioso di diritto, portando a risultati incisivi e persino sorprendenti a dispetto di quel carattere mite e temperato, che rischia di trarre in inganno. Chi ha conosciuto Mattarella sa quanta determinazione si nasconda dietro quel tono di voce a volte flebile, quelle parole rare e misurate. Ma è ai giovani soprattutto che sembra rivolgersi questo volume curato dal giovane saggista Riccardo Ferrigato, che si avvale – per la biografia di Bernardo e Piersanti Mattarella, rispettivamente padre e fratello nonché presidente della Regione Sicilia, assassinato dalla mafia – della collaborazione di Giovanni Grasso, collega di Avvenire di recente chiamato all’incarico di consigliere portavoce del Quirinale. Una famiglia segnata dall’impegno cattolico e dalla fiera professione antifascista del papa Bernardo: bello il ricordo delle lodi recitate a voce alta nel corridoio da un La Pira non ancora famoso e scambiato a casa Mattarella per un prete. Ed è in quel momento che entra in gioco la figura che avrebbe segnato le scelte dei due figli in politica: Aldo Moro. Sergio, il fratello più piccolo, giovane docente di diritto parlamentare a Palermo, la politica non l’aveva nelle sue corde: anche nelle partitelle di pallone con i fratelli, da studente a Roma, il ruolo che prediligeva era quello di arbitro. Ma le vite di Sergio e Piersanti saranno indissolubilmente legate, persino dall’indissolubiltà del matrimonio: sposeranno infatti due sorelle, Irma e Marisa, figlie del rettore dell’università di Palermo Lauro Chiazzese, grande amico di papà Bernardo.  E venne quel tragico mattino dell’Epifania del 1980: l’inutile corsa verso l’ospedale e l’annuncio della morte del fratello Piersanti che toccò proprio a Sergio dare, con il golf ancora sporco di sangue. «Nonostante  la paura era chiaro a tutti noi che spettava a Sergio portare avanti l’azione di Piersanti. L’ipotesi che ci si potesse arrendere non era nemmeno presa in considerazione», ricorda Leoluca Orlando, compagno di viaggio negli anni della Primavera di Palermo, sotto la guida dei gesuiti padre Sorge e padre Pintacuda, ma non poi nella Rete, scegliendo invece Mattarella di non abbandonare mai la Dc, fino a confluire nel Partito popolare.  Gli anni di Sergio Mattarella commissario della Dc palermitana, dal 1984 al 1988, inviato dal segretario Ciriaco De Mita ad azzerare le collusioni e i tesseramenti gonfiati della Dc di Ciancimino, trasformano il mite docente di diritto in un moralizzatore e innovatore fattivo e tenace. Leoluca Orlando diventa l’espressione di un rinnovamento non solo proclamato, ma sorretto dal consenso. Poi però, quando il patto del camper fra Craxi e Forlani chiude quella stagione, è la volta delle parole taglienti per difendere il lavoro fatto, per indicare i rischi di una Dc e una politica che – se non cambiavano – sarebbero andate incontro a un inarrestabile declino, come puntualmente accadrà.  Chi si proclama cristiano in politica – dirà Sergio alla conferenza della Dc di Assago nel novembre 1991 – non deve avere «la faccia poco rassicurante di chi chiede una tangente, l’arroganza di chi crede che tutto si possa comprare»... In definitiva, basterebbe il rispetto dei dieci comandamenti. In particolare di quello che dice: non rubare». E giù applausi per il professorino, costretto a mostrare gli artigli per difendere le ragioni di un impegno. Non sarà la sola volta. In quel periodo il repubblicano Oscar Mammì, ministro delle Poste e Telecomunicazioni, col consenso di Forlani, Andreotti e Craxi (il celebre Caf) aveva predisposto una legge per riordinare le frequenze televisive 'fotografando' la situazione così com’era. La sinistra democristiana e il Pci la consideravano invece un favore alla Fininvest di Berlusconi e i 5 ministri della sinistra dc si dimisero, con Mattarella come portavoce: «Riteniamo – disse il futuro presidente della Repubblica, prima di votare la fiducia per mera disciplina di partito – che porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria sia inammissibile».  Da ministro della Difesa, e prima ancora da vicepremier, la coscienza di cristiano di Mattarella sarà messa di nuovo a dura prova. Nell’estate 1999 l’Italia partecipa all’intervento Nato in Kosovo: bombe per arrivare alla pace, a interrompere un genocidio, ma pur sempre bombe. «In assenza di un accordo, il Kosovo sarebbe diventato la Palestina dei Balcani, con il rischio di favorire il fondamentalismo islamico, in una regione che non aveva mai conosciuto quel fenomeno», spiegò a cose finite. E aggiunse: «Seguivo ogni messaggio del Papa, ascoltavo le sue forti pressioni perché si arrivasse alla fine della guerra. Le comprendevo. Non solo, in qualche modo penso anche di averle messe in pratica, l’Italia è quella che ha fatto di più per giungere  a un accordo con Belgrado».  Pensoso, ma operativo. I fatti dicono che dovunque è andato, Mattarella ha lasciato il segno. Da ministro della Pubblica Istruzione la scelta di rendere facoltativa l’ora di religione, in linea con l’idea morotea di laicità della politica, gli sembrerà quella giusta e sarà un cambiamento epocale, al pari della fine del maestro unico che pure porta la sua firma. Da ministro della Difesa segnerà la fine della leva obbligatoria, mentre da semplice parlamentare  Negli anni Ottanta a Palermo inflessibile nel «ripulire» lo scudo crociato, poi le dimissioni per protesta contro la legge Mammì favorevole a Berlusconi Ai suoi ministeri si devono la fine della leva, quella del maestro unico e l’ora di religione facoltativa firmerà quella legge elettorale salutata dal politologo Giovanni Sartori con un «Habemus Mattarellum» un po’ di scherno, eppure tanto innovativa da essere riproposta a più riprese come possibile antidoto ai guasti successivi.  Mite nel linguaggio, una certa animosità la si ritrova solo nel Mattarella della discesa in campo berlusconiana. Boccia il discorso alle Camere del Cavaliere come «arrogante» e «ad uso e consumo più della platea televisiva che di quella parlamentare». Ancor più drastico, da direttore del Popolo, con il leader del Ppi Rocco Buttiglione in odore di alleanza con Forza Italia. Lo apostrofa come «el general Roquito Buttiglione». Farà in tempo però – vent’anni dopo – ad averne il voto. Del resto anche Berlusconi avrebbe voluto votarlo; solo il metodo usato, assicura il Cavaliere, lo ha impedito.
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