mercoledì 24 aprile 2013
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In Carnet des Notes del 1967, così si definisce Jacques Maritain in un curioso autoritratto: «Chi sono io dunque? Un professore? Non lo credo: ho insegnato per necessità. Uno scrittore? Forse. Un filosofo? Lo spero. Ma anche una specie di romantico della giustizia troppo pronto ad immaginarsi, ad ogni combattimento, che fra gli uomini sorgerà senz’altro il giorno della giustizia come della verità. Forse anche una specie di rabdomante con l’orecchio appoggiato alla terra, per cogliere il mormorio delle sorgenti nascoste, l’impercettibile fruscio delle germinazioni nuove». Questa sua presentazione riassume bene la molteplicità degli aspetti teorici e pratici della ricerca filosofica in cui Maritain (uno dei maggiori pensatori del XX secolo, nato a Parigi il 18 novembre 1882 e morto a Tolosa 40 anni fa, il 28 aprile 1973) si è impegnato nella sua vita. La sua opera non è soltanto una dottrina che spazia dalla metafisica alla teologia, dalla logica all’epistemologia, dalla morale all’estetica, dal diritto alla politica, ma anche un impegno di partecipazione sociale che attraversa i maggiori problemi del ’900: la crisi degli anni ’30, la guerra civile spagnola, il secondo conflitto mondiale e la resistenza, la lotta al nazismo e al comunismo. Proveniente da una famiglia protestante liberale, si converte al cattolicesimo assieme alla moglie, un’ebrea russa, Raïssa, già sull’influenza dello scrittore Léon Bloy. Seguace di Henri Bergson per alcuni anni, incontra poi Tommaso d’Aquino ("discepolo" di Aristotele) il cui pensiero non abbandonerà più e che valorizzerà in tutti gli aspetti (si considererà sempre un filosofo tomista), compresi quelli attinenti alla filosofia "pratica" (estetica, poetica, pedagogia, politica, filosofia del diritto…). Sarà appunto con la sua filosofia estetica (in particolare con il volume Art et Scolastique del 1920) che Maritain inizierà un dialogo con la modernità, a cui riconosce, assieme a molti limiti (la chiusura al trascendente) anche valide intuizioni sull’uomo (il valore della soggettività). Il suo pensiero politico si situa nella medesima linea. Dopo la rottura con l’“Açtion Francaise” (movimento nazionalista cui aderivano anche diversi cattolici) nel 1927, anno in cui pubblica Primautè du spirituel che si contrappone al primato della politica di Charles Maurras, inizia la sua riflessione politica che culmina, nel 1936, prima della guerra mondiale con Humanisme integral (notare bene non "catholicisme integral" come allora si era soliti affermare), che apre ai cristiani la prospettiva di una "cristianità" non più sacrale come nel Medioevo, ma come una società laica e pluralista. Libro che ebbe un grande impatto su molti intellettuali cattolici che fecero la scelta democratica contrapponendosi sia al comunismo che al fascismo. In seguito, negli "anni bui" della guerra, Maritain esule a New York come altre migliaia di intellettuali di tutti i Paesi europei fuggiti dal nazismo, novello Tocqueville, scopre la possibilità di una nuova democrazia, diversa da quella formale e borghese della terza Repubblica francese, una democrazia che nasce dal basso e nel rispetto dei diritti umani. Questa esperienza americana lo aiuterà a pensare ad una filosofia della democrazia capace di reagire ai totalitarismi. Essa si esprimerà nel suo capolavoro di filosofia politica Man and the State del 1951 in cui intuisce l’avvento della globalizzazione e la necessità di una democrazia cosmopolita. Dopo una vita trascorsa a contatto di filosofi (Gilson, Berdjaev, Mounier, Marcel), di artisti (Rouault, Severini, Chagall) musicisti (Auric, Satie, Stravinsky, Lourié), poeti e romanzieri (J. Green, Cocteau, Bernanos), teologi (Garrigou Lagrange, Journet, Congar), dopo l’esperienza di ambasciatore della Repubblica francese presso la Santa Sede tra il 1945 e il 1948, ed essere stato uno degli ispiratori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, può coltivare la sua vera vocazione, quella della ricerca nella preghiera dell’Assoluto. Nel 1960, morta la sua amata Raïssa, si ritira nell’eremo di Tolosa tra i Piccoli fratelli di Gesù, discepoli di Charles de Foucauld, novelli francescani che alternano la vita ritirata nel deserto a quella nei sobborghi più poveri delle grandi metropoli con lo scopo di realizzare la "contemplazione nelle strade" del mondo, in uno spirito di fraternità universale.
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