venerdì 25 marzo 2011
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«Fra credenti e non credenti, le domande fondamentali non sono ancora espresse in modo chiaro, ovvero pienamente intelligibile per l’altro campo. Occorre un’intesa sui termini di cui si sta parlando». È il movente di partenza che ha spinto il filosofo Jean-Luc Marion ad accettare la sfida del Cortile dei Gentili. Figura emblematica della fenomenologia francese, docente alla Sorbona e a Chicago, membro dell’Académie Française, Marion modererà oggi proprio alla Sorbona una seduta molto attesa del dibattito, davanti a un uditorio perlopiù universitario.Professore, quali le sembrano oggi le principali condizioni per un dialogo autentico e costruttivo fra credenti e non credenti? «Riunire queste condizioni non sarà semplice e l’incontro di Parigi può essere visto come un nuovo punto di partenza. Per diventare autentico, questo dialogo dovrà innanzitutto interrogarsi su quali sono le domande centrali per l’uomo di oggi. In altri termini, non mi pare utile in un primo tempo concentrarsi sulla differenza delle risposte, come si è invece purtroppo fatto finora troppo spesso».A quali tematiche sta pensando?«Ad esempio, l’opposizione fra una civiltà che ruota attorno alla vita e i nuovi presunti progressi di civiltà legati alla morte. In particolare, il rispetto della vita contro il diritto all’eutanasia o alla procreazione assistita. Ma ci sono tanti altri fronti, come le tematiche della giustizia o dello sviluppo. Ciò vale anche per la questione dell’esistenza di Dio o della sua presunta morte. Non ci s’interroga a fondo sul tipo di presenza che Dio può avere nel nostro mondo».Fra i presupposti di partenza, c’è pure il senso da dare al termine ragione?«Certamente, anche perché un dialogo è davvero razionale quando si parla di termini che entrambe le parti comprendono pienamente. Soprattutto, quando le due parti contribuiscono assieme alla ricerca di qualcosa di comune. Ma per il momento, ho l’impressione che non ci sia un accordo profondo su ciò che si vuole ricercare. Occorre fare attenzione, perché non serve a nulla confrontare le risposte a domande che in realtà non sono comuni».Lei dirige un dipartimento della Sorbona, pronta ad accogliere il «Cortile». Si tratta per questa prestigiosa università di una sorta di ritorno alle origini?«Per molti aspetti sì, ma sarebbe un errore pensare che il dibattito sulle questioni legate a Dio si sia interrotto nel tempo nei luoghi dell’alta cultura francese. La Sorbona è particolarmente congeniale per ragioni storiche, forse ancor più degli altri luoghi che sono stati scelti. Direi che la Sorbona è un luogo più concreto e reale dell’Unesco, che conserva in sé una certa astrattezza, ed è pure più aperto e pubblico dell’Istituto di Francia, dove vige una sorta d’intimità accademica. Ma al di là dei luoghi, il problema resta la qualità delle discussioni».L’Illuminismo è spesso definito come un momento di frattura nella concezione della razionalità. Crede sia opportuno tornare a riflettere su questo periodo?«Confesso che ciò mi è sembrato sempre un grande malinteso. Non credo che l’Illuminismo abbia davvero ridefinito la razionalità occidentale. Sarebbe dunque probabilmente un errore orientare eccessivamente il dibattito attorno all’Illuminismo. Riguardo alla razionalità, il problema fondamentale è l’uso più o meno aperto e ristretto che vogliamo farne. Si dovrebbe dunque riflettere sul grado di apertura di questa razionalità, la quale pare spesso sostanzialmente troppo ristretta.  O meglio, si può dire che il linguaggio tecnologico e scientifico esercita oggi la razionalità in modo troppo ristretto. La razionalità di Cartesio era invece molto aperta».Citare Cartesio sembra suggerire un ritorno indietro…«No, non occorre tornare indietro, ma pensare in modo più elastico e dunque più forte. Il cosiddetto pensiero razionale della scienza e della tecnologia si è ridotto a una riflessione esclusiva su degli oggetti. Per questo, occorre imparare di nuovo a pensare ciò che non è un oggetto. Ecco il problema di fondo».Alcuni critici di questa razionalità ristretta denunciano da tempo tentazioni prometeiche o narcisistiche. Che ne pensa?«Prometeo, figura tormentata, mi sembra molto più intelligente di certi nostri contemporanei, ancora ingenuamente convinti che la scienza ci offrirà la felicità. Quello con Narciso è un paragone forse più azzeccato, ma a patto di non dimenticare che il narcisismo del sapere scientifico ha radici antiche».In proposito, le sembra che ci stiamo avviando verso un’autocritica?«Le crisi tecnologiche, ecologiche, finanziarie impongono già di per sé una certa autocritica. Spero che saremo presto sufficientemente intelligenti per cogliere i limiti del nostro sapere, ma gli errori non sempre sono stati educativi. Personalmente, non sono né ottimista, né pessimista. Cerco di essere paziente».Il «Cortile» parte da Parigi, città simbolo dell’Europa. Può divenire un’occasione di riflessione sulle radici cristiane europee?«In proposito, spero che il dibattito possa condurre almeno a un’evidenza. Non è vero che l’Europa ha rinnegato la sua identità cristiana, perché in realtà ciò non è possibile fino in fondo. Ma è vero che, senza l’ammissione di quest’identità, l’Europa sarà sempre più debole».
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