mercoledì 25 settembre 2013
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Cesco e Rachele percorrono le stesse strade, a distanza di secoli. La loro ricerca, però, ha esiti molto diversi. C’è chi trova l’Assoluto, infatti. E c’è chi assolutamente si perde. In entrambi i casi, quello che deve accadere accade sulle pendici del Subasio, nella terre attorno ad Assisi. «La città è l’immagine più eloquente del messaggio di Francesco – commenta lo scrittore Alessandro Mari –. Ancora oggi visitarla significa entrare in contatto con una purezza contagiosa, della quale non ci si riesce a liberare». Classe 1980, esordiente nel 2011 con l’affresco risorgimentale di Troppo umana speranza, Mari pubblica in questi giorni Gli alberi hanno il tuo nome (Feltrinelli, pagine 352, euro 17). Un romanzo non meno ambizioso del precedente, costruito com’è su due piani temporali: uno è quello della contemporaneità, attraversato dall’irrequieta Rachele; l’altro è il Medioevo di Francesco, la cui vicenda è ricostruita in prodigioso equilibrio fra ricerca storica e licenza narrativa. «Ho passato due anni a studiare le fonti e ripercorrere la letteratura critica dell’ultimo secolo – spiega l’autore –. Anche le apparenti invenzioni hanno in realtà un fondamento plausibile».Per esempio?«Ho immaginato che Cesco, il mio Francesco, avesse un forte legame con uno dei servitori di casa, il Mulo. È lui che gli insegna a usare le mani, è a lui che il santo pensa quando si imbarca nell’impresa di restaurare le chiese in rovina nei dintorni di Assisi. E poi c’è la Gobba».Non dirà che è un personaggio storico?«No, ma in un passaggio della Leggenda dei Tre Compagni si riferisce di una visione mostruosa che avrebbe tormentato Francesco. L’idea è venuta da lì. Madonna Povertà, in fondo, potrebbe non essere solo un’allegoria. Il santo potrebbe aver davvero incontrato una creatura così: mendicante, deforme, resa ancor più emarginata dal suo essere donna. Il dramma è che la Gobba è destinata a sopravvivere a Francesco. La povertà resiste, non può essere sconfitta».Anche Rachele, protagonista dell’altra metà del libro, è una donna.«Molto bella, però, e molto presa dalle piccole vicissitudini del nostro tempo. Il rapporto con il fidanzato, i problemi sul lavoro, la seduzione esercitata dagli oggetti. All’inizio del libro la sua condizione è simile a quella di Francesco prima della conversione. Il loro cammino procede in parallelo, almeno fino a un certo punto. Poi però Rachele non ce la fa. Si lascia andare, abbandona».Non riesce a diventare santa?«Non riesce, più che altro, a capire quello che invece Francesco comprende con chiarezza sempre maggiore, e cioè che la santità non è una questione individuale, non si risolve sul piano dell’egoismo o, peggio, dell’egotismo. Rinunciare alle ricchezze non basta: se non ci si spoglia di sé, anche spogliarsi di tutto può essere inutile. Bisogna accettare che il messaggio, per quanto rivoluzionario in origine, entri in dialogo con l’istituzione».È la grande questione della «Regola».«Esattamente. Al di là di ogni altra valutazione, è la Regola che fonda la dimensione comunitaria del francescanesimo. Rachele, al contrario, rifiuta ogni regola, sprofondando così nella solitudine e nell’annichilimento».Sconfitta paurosa, non trova?«Nella quale però Rachele conserva una sua dignità, che è quella di chi sbaglia in modo onesto. Resta il fatto che, in assenza del principio di minorità, diventa impossibile generare un punto di riferimento alternativo rispetto a quelli che si sono rifiutati».Principio di minorità?«Nel momento in cui riceve le stigmate, Francesco decide di tenere nascosto quel segno. È l’ultima spoliazione, la maniera per rimanere solo con se stesso, correndo fino in fondo il rischio della sconfitta. Arrivato a quel punto, l’essere umano si confronta con un’alternativa senza scampo: o fa di sé un esempio, o fa di sé un monito. Francesco è l’esempio, mentre Rachele si sforza di essere un monito».Spoliazione e sobrietà sono temi che la crisi ha reso molto attuali.«Ci troviamo in una fase che costringe a interrogarsi su che cos’è veramente necessario. Forse non abbiamo ancora trovato la risposta, ma almeno iniziamo a intuire che il necessario non si identifica con il Pil. Anche a prescindere dal mio romanzo, mi pare che il ritorno di attenzione per la figura di Francesco sia riconducibile a questa ricerca di essenzialità. È come se dentro di noi si stesse risvegliando qualcosa che era rimasto sopito in tanti anni di illusoria grassezza. Il fatto che in questo momento Francesco appassioni allo stesso modo credenti e non credenti ne è un’ulteriore conferma».Oggi Francesco è il nome del Papa.«Infatti. E da questo Papa siamo tutti splendidamente affascinati. Personalmente mi colpisce la sua capacità di far arrivare in modo semplice e diretto un messaggio che, nella sostanza, non si differenzia affatto da quello dei predecessori. Qui ritrovo davvero la lezione di Francesco così come ho provato a descriverla nel mio libro. Non lamentiamoci se i fedeli non portano le pietre per riedificare la chiesa, dice il santo a un certo punto. Siamo noi che dobbiamo andarle a cercare. Ed è proprio questo che il Papa sta facendo: sta andando a cercare gli uomini là dove si trovano».
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