mercoledì 13 marzo 2013
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La rivisitazione della travagliata parabola umana e artistica di uno dei più grandi scultori del Novecento. Ma anche la riscoperta dei tratti che lo hanno reso protagonista del dialogo tra arte e fede nel secolo scorso. Questo il duplice intento della mostra «Giacomo Manzù e il Concilio Vaticano II» che, alla presenza di monsignor Ernesto Vecchi – presidente della Fondazione Lercaro, a lungo guidata dal compianto monsignor Arnaldo Fraccaroli – apre i battenti il 15 marzo presso la Raccolta Lercaro di Bologna. A oltre cinquant’anni dall’inizio delle grandi assise volute da Giovanni XXIII, e che videro tra i Padri conciliari più impegnati il cardinale Giacomo Lercaro, l’esposizione – curata da Andrea Dall’Asta, Francesco Buranelli, Marcella Cossu, Giulia Manzù, Francesca Passerini, Elena Pontiggia – presenta una cinquantina di opere: sculture, disegni, incisioni, pitture, e una documentazione fotografica. Si tratta in larga parte di lavori provenienti dalla Raccolta di Ardea, dalla Fondazione Lercaro e da altre collezioni, che abbracciano quasi sessant’anni (1929-1988), specialmente il periodo tra il primo concorso per le Porte della basilica di San Pietro sul tema «Il Trionfo della Chiesa» (1947-48), le successive elaborazioni (1949-60), specchio di vicende segnate da tribolazioni interiori, e la realizzazione della «Porta della Morte» (1961-64). Anni nei quali Manzù va e viene tra fermi pronunciamenti di fede e ritorni all’etica della religione evidente nell’iconografia del dolore bellico (con un cristianesimo a servizio dell’uomo, espresso da pezzi tratti dal ciclo «Cristo nella nostra umanità»). Anni, ancora, che vedono l’artista macerarsi in una riflessione sul problema del "monumento", che poco ha a che fare con le concezioni retoriche o celebrative ancor resistenti. Una riflessione lucida che accompagna il travagliato cammino della Porta per il massimo tempio della cristianità, costellato di incomprensioni e sofferenze. Di fronte agli ostacoli più disparati, l’artista aveva deciso di non mettere più piede in Vaticano. Poi, alla fine del 1958, gli venne chiesto di fare il ritratto di Giovanni XXIII. Così avvenne che durante un incontro il papa – interessato all’anima dello scultore più che al suo ritratto – portò il discorso sulla Porta chiedendo a Manzù di concluderla: la commissione di ecclesiastici chiamata a vigilare l’avrebbe lasciato lavorare in libertà. Manzù dal giorno seguente tornò a lanciarsi nell’impresa e in 14 mesi la completò. Nella mostra emergono gli incontri fondamentali dell’artista; ne ricordiamo due: quello con don Giuseppe De Luca, il "prete romano" vicino ad artisti e scrittori in partibus infidelium, oltre che fondatore delle Edizioni di Storia e Letteratura e dell’Archivio Italiano per la storia della pietà, amico vero di Manzù, ma di lui pure consigliere e intermediario con la Curia romana, un amico che ne leggeva la scultura come "pietà", per usare le parole di Mariano Apa. Ma troviamo, ancora, gli esiti del più noto e fecondo incontro, proprio con Roncalli, conosciuto a Venezia nel 1956, quando era patriarca nella laguna, e incontrato più volte dopo l’elezione al papato: un rapporto pieno d’affetto, che presenta ancora aspetti da approfondire. In ogni caso, tra i pochi autori che hanno saputo declinare i grandi temi della tradizione cristiana (sino a farli rivivere nella realtà dell’uomo contemporaneo, come palesano alcuni pezzi della mostra), Manzù – che da giovane già ammorbidiva gli evangeliari lombardi e ornava i muri della cappella dell’Università Cattolica con l’approvazione di padre Gemelli – è riuscito ad esprimere la volontà di rinnovamento conciliare nel solco della tradizione. Non solo: è fra i pochi artisti arrivati al Vaticano II preparati. Del resto già nel 1934, assistendo a una celebrazione in San Pietro, germinò in lui l’idea del ciclo dedicato ai cardinali, poi tema costante del suo lavoro: la serie fu avviata attorno al 1938 (anno a cui risale la fusione a cera persa del primo cardinale) e si concluse dopo gli anni ’60 (di straordinaria importanza il ritratto del cardinale Lercaro, del 1953, presente in mostra col suo realismo che costituisce un’eccezione in una serie dominata da figure piramidali quasi astratte).
Artista del Sacro, o meglio cantore della Pietà nel bronzo, lo scultore bergamasco ha celebrato a lungo nella sua vita anche l’amore umano. Nell’esposizione bolognese lo ricordano alcuni ritratti di Inge, modella, musa, poi seconda moglie dello scultore. Ma non è il caso di distinguere fra sacro e profano, se non nei riferimenti al soggetto. Come leggere allora la «Porta dell’Amore» per il duomo di Salisburgo? E la successiva «Porta della Pace e della Guerra» nella chiesa di St. Laurenz a Rotterdam? «L’arte a tema religioso è stata grande quando era nella cultura del proprio tempo», scriveva Manzù a monsignor Loris Capovilla. E, sempre rivolgendosi all’ex segretario di papa Roncalli, confidava: «Io sono nelle mani del mio mestiere e tu sei nelle mani di Dio, ma la mia preghiera di lavoro somiglia alla tua, o per lo meno è vicina nello spirito».
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