giovedì 20 maggio 2010
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La violenza come malattia infettiva, contagiosa, della quale è possibile liberarsi solo con la morte. La propria. Unitosi all’ultimo minuto al concorso di Cannes, Ken Loach porta sulla Croisette Route Irish, un film in cui l’Iraq, oltre che il luogo di una guerra piena di contraddizioni, è uno stato della mente. Tutto comincia quando Fergus, membro delle forze speciali britanniche, convince l’amico di sempre, Frankie, a raggiungere la squadra di sicurezza a Baghdad in cambio di 10mila sterline al mese.Ma nel settembre 2007 Frankie muore sulla strada più pericolosa del mondo, quella che collega l’aeroporto di Baghdad con la green zone, e un filmato conservato in un cellulare recapitato a Fergus rivela cosa è davvero accaduto al suo amico. Pazzo di rabbia, travolto dai sensi di colpa, l’uomo comincia una spietata caccia ai responsabili di quello che si rivela un omicidio, ma in questa giustizia tutta privata finirà per macchiarsi degli stessi crimini commessi in Iraq da chi ha torturato e ucciso.Se la denuncia della sindrome da stress postraumatico nel film emerge chiaramente, manca un vero approfondimento sull’aspetto più interessante del racconto. Ovvero la guerra come business privato, succulenta occasione per investimenti milionari, truffe, frodi e affari. Non a caso nel periodo più caldo della guerra ammontavano a ben 160mila i «soldati privati» stranieri in Iraq. Peccato, dicevamo, che tutto questo resti in secondo piano mentre sullo schermo si consuma una vendetta un po’ alla Rambo dalle mosse troppo prevedibili.Leggero, impalpabile, ma doloroso al tempo stesso, Poetry del coreano Lee Changdong, che conferma l’interesse della selezione di quest’anno per temi come la morte e la vecchiaia e che candida seriamente la sua protagonista (Yun Junghee, molto nota in patria ma assente dalle scene da 15 anni) alla Palma per la migliore interpretazione, è un film che scopre la bellezza delle cose intorno a noi, ma anche la sofferenza di cui sono pervase. La protagonista è una donna di sessant’anni, alle prese con una doppia drammatica scoperta: il nipote adolescente con cui vive ha commesso un odioso crimine insieme al suo branco di amici e il morbo di Alzheimer ha cominciato a minare la sua memoria. Decide allora di iscriversi a un corso di poesia per dare un nome e un senso più profondo alle cose che vede tutti i giorni, ma combattere la durezza della realtà non sarà facile. Meno riuscito invece My Joy, opera prima di Sergei Loznitsa, noto tuttavia ai cinefili per i suoi bei documentari. Il film si snoda infatti attraverso una serie di storie, molte delle quali realmente accadute nella provincia russa, non sempre logicamente collegate. Incontri, dialoghi, strade perdute e personaggi confusi che spesso finiscono per imbracciare le armi. Perché come dice in regista, «qualunque cosa si comincia a fare in Russia finisce con un Kalashnikov».
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