venerdì 20 maggio 2016
Il pioniere del fotogiornalismo fondò sessant’anni fa a Milano Olympia, la prima agenzia specializzata in eventi sportivi, sempre al fianco dei campioni Un pioniere del fotogiornalismo sportivo non può che avere il suo rifugio in una via intitolata a dei pionieri, i fratelli Lumière. Al primo piano di un palazzo della Milano che odora ancora di popolo meneghino, a due passi dalla via Gluck di Adriano Celentano, ad aprirci la porta del suo magnifico mondo in pellicola è Vito Liverani. Lo “scatto umano” dello sport. «Sì, guardi che scatto che ho... Senza ’sto bastone non mi muoverei più», dice un po’ avvilito l’ottantasettenne il cui cognome è sinonimo di Agenzia Fotografica. La prima specializzata in eventi sportivi, sorta in Italia sessant’anni fa. «Era il 1956 e la chiamai Olympia su suggerimento di Gianni Brera, che mi disse: “Vito, non mettergli i soliti nomi banali con davanti la parola “Press”, nel ’60 a Roma ci saranno le Olimpiadi, e allora...». E allora Olympia fu. La strada per arrivare al successo fu lastricata, fin dagli esordi, di prove e provini. «Terzo di otto fratelli, con papà romagnolo, di Modigliana, partito volontario di guerra in Cirenaica, i soldi in famiglia non bastavano mai, così mi arrangiavo da garzone dal droghiere, poi del panettiere e infine del vinaio sotto casa. Ma alla sera il divertimento preferito era leggere il Corriere della Sera e sulla pagina degli annunci trovai scritto: “Studio Barratelli in via Passerella, cerca ragazzo apprendista”. Rimasi stregato dalla camera oscura e capii che quello di fotografo sarebbe diventato il mio lavoro». L’artigianato fotografico sulle bacinelle e le lastre d’argento di Barratelli – «allora si stampava così» – e poi due anni di segreti industriali appresi allo stabilimento Dotti e Bernini. «A sedici anni possedevo il mestiere e a diciotto scoprii la boxe alla palestra dell’Anpi. Avevo una bella “castagna”, così feci fare trentatré incontri da peso piuma e gli ultimi tre da peso leggero». Nella palestra, con la Rolleiflex a tracolla, si allena anche a scattare i primi ritratti in bianco e nero, quelli degli amati pugili. «Ho cominciato con i pugili sconosciuti poi sono entrato nella vita dei campioni. Duilio Loi è stato un fratello, l’ho seguito a bordo ring ad ogni match fino ai giorni bui dell’Alzheimer. Nino Benve- nuti apriva la sua casa soltanto a me: gli avrò confezionato almeno venti servizi in esclusiva sui rotocalchi di allora». Per quei lampi lo manda a chiamare la Gazzetta dello Sport, che gli compra tutto lo stock del già stampato. «Una montagna di danè mai visti prima: 250mila lire all’incasso, più 40mila alla settimana per le foto degli incontri di pugilato e una stanza tutta mia in redazione in cui dovevo solo pagarmi la bolletta della luce». Alle riunioni pugilistiche milanesi al Cinema Principe quando entrava il Vito era come se salisse Loi sul ring, la gente faceva largo e si metteva in posa, mentre un ragazzone curioso si proponeva per vendere gli scatti d’autore. «Era quel simpatico rompiscatole del Beppe Viola, che mi tirava per la giacca pur di vendere le mie foto. Gli davo scatti da mille lire l’una che lui piazzava puntualmente a duemila... Un genio. Lo portai con me a Sport e informazione , entrò da ultima firma del calcio ed uscì da direttore quando l’agenzia chiuse. Poi è diventato quello che è diventato, se io ho rivoluzionato il fotogiornalismo sportivo, beh, Beppe Viola si è inventato un linguaggio televisivo talmente originale da rendere accattivante anche uno squallido derby da 0-0 a San Siro». E lì dietro alla porta di Albertosi c’era Liverani: ritrattista in presa diretta delle sfide tra Rivera e Mazzola. «Con chi stavo? Tifavo per il Milan e mi divertivo un mondo ad ascoltare Nereo Rocco, ma andavo allo stadio per lavoro e non ero amico di nessun calciatore. Anche se a uno molto famoso, il capitano di una squadra di Serie A degli anni ’60, salvai il matrimonio: lo beccai con l’amante, ma dopo la telefonata straziante di quel calciatore in lacrime che mi supplicava di non pubblicare le foto feci in modo che il servizio non uscisse sul settimanale più letto dell’epoca... Riconoscenza a vita? Macché, quando mi rincontrò a San Siro fece fatica a salutarmi». Il mondo dello sport gli sarà riconoscente per sempre per aver imprigionato momenti di gloria indelebili, come quel pugno di Loi che accartocciò il volto del portoricano Carlos Ortiz e nel ’60 vinse il mondiale dei welters. E poi le immagini più suggestive sulle strade del Giro d’Italia o del Tour dove arrivava, «spesso con mezzi di fortuna e congelandomi in sella a una moto», con il suo gruppo, salito «ai tempi d’oro fino venti collaboratori e una cinquantina di corrispondenti sparsi per la penisola – dice con orgoglio –. Ho creato una scuola. I miei migliori allievi? Cesare Galimberti e Giancarlo Colombo. Con i giornalisti massima collaborazione. Brera grande penna ma quante litigate, l’ultima parola doveva essere sempre la sua... Meglio Giuseppe Signori, il più grande narratore di boxe. Ma il mio preferito era Duccio Silla de La Notte grazie alla sua imbeccata feci lo scoop di Fausto Coppi e la “Dama bianca” (Giulia Occhini)». Una notte intera appostato sotto l’albergo del “Campionissimo” in attesa dell’uscita della coppia che nell’Italia degli anni ’50 diede scandalo. «Mi mimetizzai in un cespuglio e all’alba, quando Coppi uscì per la sgambata in bicicletta, mi parai davanti e si spaventò... Ero rosso e gonfio in viso, mi avevano punto per ore insetti di ogni genere». Liverani del «milione, e forse più», di foto che custodisce nel suo archivio quella che ha amato di più non l’ha scattata lui. È il celebre passaggio di borraccia tra Bartali e Coppi al Tour de France del ’52. «Il capolavoro di Carlo Martini. Lo conobbi alla Gazzetta ed era l’unico collega a cui chiedevo consigli. Quella borraccia era una bottiglia di plastica e i diritti della foto, in accordo con la vedova di Martini, l’ho gestiti io vendendola per vent’anni in tutto il mondo». Manager di se stesso, il fotogiornalista: «Questo mestiere l’ho fatto per passione, ma anche perché mi faceva guadagnare tanti soldi. Nell’80 quando ho venduto l’Olympia mi hanno ricoperto di milioni... Poi ho fondato l’agenzia Omega, ma il meglio era passato. Oggi i telefonini e la tecnologia nelle redazioni, dove chiedono il “clic” di un gol in tempo reale, ha ammazzato la fotografia sportiva. E non solo quella». Si alza dalla sedia, fissa gli scaffali e i cassetti ricolmi dei suoi tesori e ci saluta leggendo una frase che ha appeso alla parete: «Quando a causa degli anni non potrai correre cammina veloce... È di madre Teresa di Calcutta. Mi sarebbe tanto piaciuto fotografarla». © RIPRODUZIONE RISERVATA «Sono stato pugile, Duilio Loi era un fratello. Lo scoop di Coppi e la “Dama Bianca” lo feci io Beppe Viola da ragazzo vendeva le mie foto, poi è diventato un gigante dello sport in tv La tecnologia ha ucciso la fotografia» BORDO RING 1960: Duilio Loi batte Carlos Ortiz e conquista il titolo mondiale welters (Vito Liverani/Olympia) Gianni Rivera in un derby Milan-Inter del 1973 (Vito Liverani/Olympia) Bartali e Coppi al Tour del 1952 (Carlo Martini/Olympia) Vito Liverani nel suo studio a Milano
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