Intervista. Livatino: «Un eroe umile contro la mafia»


ANTONIO MARIA MIRA mercoledì 15 giugno 2016
Livatino: «Un eroe umile contro la mafia»
«Un fortissimo senso della legalità, perseguita nel lavoro ma anche nella vita quotidiana: non accettare privilegi, non fare favori ai parenti e ai conoscenti che li chiedono. È questo un aspetto su cui si insiste molto, spesso intrecciato col valore, più tradizionale nel cattolicesimo, dell’inflessibilità, del senso del dovere. L’elemento nuovo non è dunque quello del rispetto delle regole, ma del rispetto delle regole dello Stato». È Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” ucciso dai killer mafiosi il 21 settembre 1990, del quale è in corso il processo di beatificazione. Così lo analizza Lucia Ceci, docente di Storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata, nella relazione al convegno, che si chiude oggi, “L’immaginario devoto tra organizzazioni mafiose e lotta alla mafia: narrazioni e rappresentazione”, animato da un gruppo di ricercatori dell’ateneo della capitale. Una riflessione tra mondo dell’università, dello spettacolo e della comunicazione che si articola su due analisi. Da una parte le rappresentazioni dell’immaginario devozionale mafioso offerte da linguaggi artistici e della comunicazione, con una sguardo su teatro, cinema, romanzi d’indagine, ma anche televisione, web, fumetti e pubblicistica. «È noto – spiega la storica – come la cultura mafiosa abbia attinto e continui ancora ad attingere al repertorio devozionale cattolico. È una  pratica che alla mafia serve per la costruzione di ritualità interne all’organizzazione, per imporre la propria presenza sul territorio attraverso la gestione di culti locali e feste patronali, ma anche per promuovere un’immagine pubblica del capomafia fondata su un presunto rapporto privilegiato con il sacro». Un uso, aggiunge, «che non è solo strumentale, ma è parte viva della cultura mafiosa. La figura del “mafioso devoto” è d’altronde uno stereotipo che trova precisi riscontri nel vissuto quotidiano di molti affiliati». Parallelamente però, ed è proprio l’altro elemento del convegno, «importantissimo è da tempo il ruolo svolto dai media, soprattutto televisione, web, fumetti e pubblicistica, nel sottrarre terreno all’immaginario devozionale mafioso, attraverso la formazione di modelli di carattere civile e attraverso la promozione dei “martiri vittime di mafia”». È il caso del giovane giudice agrigentino analizzato nella relazione, che ben lo descrive fin nel titolo: «Semplice cristiano, combattente disarmato, martire ragazzino. Rosario Livatino tra santità cattolica e religione civile». «Analizzo – ci spiega ancora la Ceci – la costruzione del modello agiografico di Livatino. Attraverso la pubblicistica, i tratti comuni coi santi giovani e anche quelli distintivi. Anche con gli aspetti di ragione civile: Livatino, come Falcone e Borsellino, è oggetto di una memoria pubblica. Una devozione che mira a contrastare l’uso strumentale della devozione cattolica da parte delle organizzazioni criminali». Il “giudice ragazzino” rappresenta, dunque, «la risposta che la Chiesa cattolica, ma anche la società hanno dato elaborando dei modelli alternativi su questo terreno di lotta alla mafia; modelli che hanno una codificazione innanzitutto in termini religiosi ma anche in termini civili. E Livatino in questo è una figura emblematica perché aveva una fede davvero molto profonda». Quali le caratteristiche del giudice? «Un primo tratto – analizza la relazione – è quello della modestia: Rosario non è un eroe. Sarà, per primo, il padre Vincenzo a richiamare questo tema il giorno stesso del funerale: “Rosario è un uomo probo, fa il suo dovere. Non è un eroe, è un buon figlio, un buon siciliano”. Santo modesto: in cosa consiste il suo eroismo? È ancora il padre a dirlo: “Se oggi, in Sicilia e in Italia, fare il proprio dovere per lo Stato significa essere un eroe, allora sì, che lo scrivano: il mio ragazzo, Rosario Angelo Livatino, è un eroe”. Eroismo esaltato dalla dimensione della modestia. È la penombra che improvvisamente viene alla luce».  Così «sotto la sua apparente normalità, la famiglia, i giornali, la Chiesa siciliana scopre da diverse angolature l’eroe, l’esempio da imitare. La forza della virtù della modestia è amplificata dalla morte violenta. Il martirio è più eroico se a incontrarlo è il semplice cristiano, il piccole giudice». Ma, insiste Lucia Ceci, «la radicale novità sarebbe un giudice proclamato santo ». E qui cita papa Francesco che nell’udienza al Consiglio superiore della magistratura, il 17 giugno 2014, invita i giudici a essere di «integra moralità per l’intera società», menzionando due modelli a cui ispirarsi: Vittorio Bachelet e Rosario Livatino, «ucciso dalla mafia», definendolo «testimone esemplare, giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana ». «Quattro giorni dopo, il 21 giugno, – ricorda la storica – papa Francesco scomunica i mafiosi nell’omelia alla Piana di Sibari. Ancora una volta il piccolo giudice si è trovato sulla strada che approda alla condanna solenne della mafia da parte del papa». Come accadde con la famosa “invettiva” contro la mafia di Giovanni Paolo II pronunciata nella Valle dei Templi di Agrigento, dopo aver incontrato i genitori di Livatino. «Sarà solo una coincidenza – riflette la Ceci – ma mi piace pensare che non sia così».
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