lunedì 11 marzo 2013
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​Scopo di questo intervento è di evidenziare quelli che mi sembrano essere i due  nuclei fondamentali attorno ai quali le Sacre Scritture tessono il loro discorso sulla libertà. Bisogna innanzitutto riconoscere come all’interno della Bibbia la libertà non venga originariamente riferita alla scelta dell’uomo tra il bene ed il male; prima di una simile eventualità, infatti, essa avrebbe sempre a che fare con l’esistenza stessa di "qualcosa" come creatura. "Libertà", prima ancora di intrecciarsi con la "responsabilità" a cui è chiamata solo quella creatura particolare che è l’uomo, sarebbe pertanto un sinonimo di "creatura". Ora, nell’idea di creazione non si afferma solo un ritardo d’essere ma anche e al tempo stesso una positività, una sorta di sovrappiù interno a questo stesso ritardo. Se dunque da una parte l’essenziale che l’idea di creazione veicola sta nel rapporto di totale dipendenza ch’essa afferma, d’altra parte è necessario anche riconoscere in tale dipendenza una forma di relazione del tutto particolare: si tratta infatti di una dipendenza assoluta che pone al tempo stesso le condizioni di un’assoluta indipendenza. La meraviglia e l’estrema sfida che l’idea di creazione annuncia consiste dunque proprio in questo: nel movimento passivo dell’essere fatti viene liberata l’alterità di ciò che è creato. Dire "creazione" significa allora dire "separazione", "discontinuità", "alterità", "differenza", "molteplicità" .La Bibbia individua nell’uomo, nell’unica creatura creata ad immagine e somiglianza di Dio, il luogo in cui la positività della creazione è riconosciuta come tale. L’uomo è la sola creatura chiamata a prendere coscienza della positività/alterità della creazione. Questa chiamata è ad una "responsabilità" da intendere essenzialmente in termini di "cor-responsabilità": originariamente Dio chiama l’uomo, non tanto e non subito al rispetto di una legge, di un ordinamento giuridico, quanto piuttosto alla collaborazione nella creazione. il Creatore chiama la creatura uomo, e solo essa, a contribuire alla creazione. Questa chiamata a rispondere è chiaramente riconoscibile nel versetto di Genesi 2, 15 dove si afferma che «il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse». Il Giardino si configura in tal modo fin dal principio non tanto come un piacevole spazio quanto piuttosto come un luogo drammatico, vale a dire come un’occasione, come quella circostanza fisica che coincide con una vocazione spirituale: l’uomo è posto nel giardino affinché possa dimostrare ciò di cui è capace.Il primo tema da sottolineare può così essere raccolto sotto un’affermazione del tipo: la creazione è perfetta ma non compiuta, o anche: attraverso l’idea di creazione il logos biblico pensa ad un tempo - paradossalmente o, per l’appunto, creaturalmente - la perfezione e l’incompiutezza, pensa ad una perfezione che è tale proprio perché attende di essere compiuta. Grazie a Dio, l’uomo non è mai un semplice esecutore o un mero spettatore, ma fin dal principio è uno degli attori, l’unica creatura chiamata a diventare uno dei protagonisti (questo strano plurale - come possono esserci due protagonisti: Dio e l’uomo? - è legittimo solo all’interno della scena creaturale).Coltivare-e-custodire, lo ripeto, è un gesto assolutamente drammatico. Il testo biblico  lo sa e non a caso, senza esitare un istante, fin dalla prime battute riconosce che nel Giardino qualcosa non ha funzionato, che un certo disegno è rimasto incompiuto. L’antropologica biblica, così pronta ad esaltare l’umano, è ancor più preoccupata, se così posso esprimermi, di non nascondere quel fallimento che ha finito per trasformare l’intervento dell’uomo da ciò che doveva essere, una "creazione secondaria", in ciò che  è stato, una de-creazione autodistruttiva. Infatti, è il secondo nucleo che vorrei evidenziare, dopo aver ascoltato il Serpente l’uomo cade preda della paura; i frutti di quest’ultima possono essere individuati a tre livelli fondamentali: a) la dipendenza che libera, quella della creazione, viene percepita e vissuta come la dipendenza che limita: il dono si trasforma in debito; b) l’evidenza dell’essere un non-tutto viene percepita e vissuta come il segno più sicuro di un’originaria mutilazione: l’essere un non-tutto si trasforma nell’essere un niente; c) il Giardino viene percepito e vissuto come "un’orrida regione" (Isaia 45, 18-19): la terra si trasforma in una landa ostile.È facile comprendere a questo punto la differenza radicale che separa la concezione biblica della libertà da ogni astratta esaltazione dell’autonomia soggettiva. L’uomo è certamente libero ma al tempo stesso è anche ciò che attende sempre di essere liberato poiché la sua stessa libertà è con insistenza abitata da una paura che in ogni istante ne compromette l’esercizio. L’invenzione dell’individuo psicologico liberale si fonda su un’idea di uomo senza peccato, senza inconscio, senza incertezze e dubbi, un uomo che non deve far altro che dare spazio alla sua natura interiore che in se stessa è già tutta e soprattutto immediatamente formata e compatta: l’astratta libertà dell’"ideologia liberale" è dunque fin dal principio liberata, è già da subito un tutto-pieno la cui unica aspirazione è quella di potersi affermare. L’idea di uomo che il logos biblico mette in scena è in verità molto più complessa di quella a cui fa riferimento l’ideologia liberale, poiché in esso la libertà, sempre affermata e comunque difesa (l’uomo è creato libero), si intreccia essenzialmente con un dramma (libertà e peccato) che investe il soggetto non dall’esterno, ma dal suo stesso interno. Così intesa la libertà si rivela al tempo stesso come "cosa" e come "segno", verità che l’ideologia liberale, ad esempio, è del tutto incapace di riconoscere dato che essa si ostina ad illudersi che la libertà possa essere astrattamente solo la prima senza dover essere anche il secondo. La Bibbia, invece, non si stanca di ripeterlo: all’origine c’è il dono ma il dono è sempre cosa (dove si concentra il godimento) e segno (dove si concentra il desiderio), e il segno è il luogo per eccellenza della libertà e dunque della prova.
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