domenica 29 ottobre 2017
Talento e contraddizioni, il pilota inglese della Mercedes in Messico ha vinto il campionato di Formula 1 per la quarta volta, come Prost e Vettel. Ma quest'anno tanto gli ha regalato la Ferrari.
Lewis Hamilton in Messico si è laureato per la quarta volta campione del mondo di Formula 1 (Ansa)

Lewis Hamilton in Messico si è laureato per la quarta volta campione del mondo di Formula 1 (Ansa)

A Lewis Hamilton bastavano pochi punti ieri a Città del Messico per conquistare il campionato di Formula 1. Partito dalla terza piazza, dietro al Vettel in pole position e Verstappen, secondo, è arrivato nono dopo una gara che, in seguito a un contatto con Vettel alla prima curva e il necessario passaggio ai box, l'ha visto rimontare dall'ultima posizione. A nulla è servito il quarto posto del ferrarista: con quel piazzamento il pilota inglese avrebbe vinto il campionato anche se si fosse ritirato.

Per Hamilton è arrivato così il quarto titolo. Un iride meritato, senza dubbio, perché nei momenti difficili è emersa la bravura del pilota inglese contro Sebastian Vettel che, con la sua Ferrari, aveva illuso e fatto sognare fino al Gp d’Italia a Monza. Poi, da quella gara, solo delusioni: incidenti evitabili, rotture di motore, errori nella gestione delle prove e corse. Una illusione durata lo spazio di 12 gran premi. E dopo la corsa che ha determinato l’assegnazione del mondiale piloti (quello costruttori è stato vinto dalla Mercedes una settimana fa negli Usa) vale la domanda: ha vinto Hamilton e la Mercedes oppure il mondiale lo ha perso Vettel e la Ferrari?

L’analisi del presidente Sergio Marchionne non lascia dubbi: «Sebastian è un gran pilota, ma durante l’anno ha commesso qualche cavolata che ci è costata dei punti, altre le abbiamo commesse noi come squadra facendo degli errori e non dandogli una macchina affidabile, faremo tesoro di quanto imparato in questa stagione». Quindi errori del pilota, come a Baku quando Vettel abboccò a una manovra estrema di Hamilton e, come punizione per la ruotata, Sebastian perse la possibilità di vincere la corsa: «In quell’occasione ho capito di aver deluso la squadra - ha detto poi Vettel - e io stesso sono rimasto amareggiato per come era finita. Durante l’anno abbiamo avuto occasioni per vincere e invece le abbiamo perse per vari motivi, ma faremo tesoro di quanto imparato, rafforzeremo i settori che ne hanno bisogno e per il prossimo anno saremo più forti, ma è chiaro che lotterò fino all’ultima curva in questa stagione». Errori del pilota (come a Singapore, con le due Ferrari fuori dopo 100 metri in un incidente evitabilissimo) errori da parte della squadra, come i cedimenti in Malesia e in Giappone, gare che hanno spianato la strada ad Hamilton. Nelle due occasioni in cui Vettel si è dovuto ritirare (Singapore e Suzuka) l’inglese ha fatto il doppio centro, incamerando 50 punti di vantaggio sul rivale.

Quello di Lewis Hamilton è un poker che lo mette allo stesso livello di Alain Prost e Sebastian Vettel, un gradino sotto a Fangio e a tre lunghezze da Michael Schumacher, ma nettamente davanti ad Ayrton Senna, il suo idolo. E proprio il legame spirituale con Senna ha segnato questa stagione di Hamilton. L’averlo uguagliato e poi superato nelle pole position, con un casco di Senna ricevuto in regalo dalla famiglia del brasiliano, la svolta a favore dei poveri, l’impegno sociale per le minoranze di colore negli Usa, la svolta vegana nell’alimentazione e lo sforzo a protezione delle specie animali e una fede immensa. Anche se al collo porta un enorme crocifisso d’oro e sulla schiena ha tatuato un enorme croce, a precisa domanda Lewis Hamilton non risponde. Cosa è per lui la fede? Ti guarda come se non ti vedesse, sospira, e poi risponde a mezza voce: «Non so spiegarlo». Gira i tacchi e se ne va. Tanto la ostenta, tanto la custodisce nei meandri di una mente difficile da interpretare.

Infatti Lewis Hamilton è un pilota, uno sportivo, un uomo, che divide. O lo ami senza condizioni, o lo detesti in tutto quello che fa. Non che il personaggio sia privo di contraddizioni: impegnarsi per i poveri, ma senza mettere mano al portafoglio. Essere dalla parte delle minoranze di colore, al punto da contestare apertamente il presidente Usa Donald Trump, ma viaggiare con l’aereo privato, un Falcon con autonomia intercontinentale, completamente dipinto di rosso metallizzato chiaro occhiolino all’altra sua passione, la Ferrari. E sentendosi la porta in faccia quando Vettel ha rinnovato per tre anni l’accordo con la rossa, chiudendogli la possibilità di sbarcare a Maranello.

Ecco, quel momento, inizi di settembre, ha segnato la svolta nella mente di Hamilton. Più che vincere in pista, era una rivalsa psicologica verso chi non lo ha voluto. Una rabbia malcelata, una voglia di distruggere l’avversario, quasi umiliarlo, in ogni frangente. Prove, qualifiche, gara. Tanto che il compagno di team, Bottas, ha patito pesantemente il confronto sul finire di stagione. «Lewis è un pilota che divide, ma è un vero personaggio, perfetto per promuovere la F1 - dice Bernie Ecclestone - è uno dal quale non sai mai cosa aspettarti. Nella vita e in pista, è una sorpresa continua. Vettel no, è un buon pilota, ma è scontato in quello che fa, sai già come potrebbe reagire e fino a che punto agisce. Dovendo scegliere, dico Hamilton. Senza avercela con Vettel, sia chiaro. Ma Lewis è un’altra cosa».

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