martedì 5 aprile 2016
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Se ne è andato il 2 aprile uno dei maggiori scrittori svedesi, quello che attraverso i suoi romanzi ha saputo essere un punto di riferimento anche al di fuori della letteratura scandinava, il più internazionale scrittore svedese contemporaneo e senz’altro una delle voci più autentiche del Secondo Novecento europeo. Parliamo di Lars Gustafsson, nato nel 1936 a Västerås, nel sud della Svezia: un territorio che fa da sfondo a molti suoi romanzi. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo e romanziere fra i più tradotti all’estero, ha insegnato per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, in Texas. Nelle sue storie come nelle poesie è evidente, anche se utilizzata dallo scrittore non come obbligo stilistico, quella vena fantastica, quel gioco dell’erudito che scherza con la propria cultura, l’ossessione per il tempo e per l’identità che hanno fatto sì che Gustafsson venisse considerato il «Borges svedese». Tradotto fin dai primi anni Settanta in Italia, lo scrittore ha avuto il riconoscimento pieno del suo valore e premi importanti (l’Agrigento, il Boccaccio e il Grinzane Cavour) grazie alla casa Iperborea che ci ha fatto conoscere i suoi romanzi. Tra i più notevoli ricordiamo Morte di un apicoltore del 1978, che ha come punto di partenza l’ipotetico ritrovamento di alcuni taccuini di un uomo che ha scelto la vita solitaria in campagna poi scoprendo di essere ammalato di tumore: Gustafsson indaga sulla verità nuda e cruda che il destino rileva nell’esistenza umana, senza ricorrere a sentimentalismi e attraverso un’interrogazione lucida. Del resto tutti i suoi testi si presentano come intricati teoremi sull’esistenza e, nel trascorrere delle trame, mettono in scena una sorta di laica riflessione sull’essere e sul rapporto con Dio. Storie venate spesso di pessimismo, al fondo delle quali però vibra una forte tensione morale. L’esito maggiore in questo senso sta nella cosiddetta «trilogia americana », avviata da Storia con cane (1994) proseguita con Windy raccontae conclusa con Il decano; una trilogia che vive di paradossi e di questioni filosofiche e teologiche, rendendo quanto mai aperto il rapporto con il lettore. Del resto Marta Morazzoni nella postfazione a L’uomo sulla bicicletta blu, tradotto l’anno scorso da Iperborea, sottolinea: «Col tempo i lettori hanno capito che non è tanto suo interesse, e piacere, sciorinare tout courtuna storia, non sempre almeno; si direbbe piuttosto che gli piaccia pensare insieme al suo lettore». © RIPRODUZIONE RISERVATA Lars Gustafsson
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