mercoledì 21 agosto 2013
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«Papà! Guarda! Eccoli là i "rampicatori"». Non più di cinque o sei anni, il bambino in scarponcini è trionfante mentre il padre annuisce e gli porge il binocolo: «Proprio così, guardali meglio». Siamo a Forcella Lavaredo, a 2454 metri, e il piccolo si è guadagnato il buffetto di congratulazioni del padre per l’oretta di facile cammino che dal rifugio Auronzo li ha portati in uno dei luoghi più famosi delle Alpi e delle montagne di tutto il mondo. Sbucati sulla forcella, infatti, ecco apparire come per magia "loro", le pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo, tre badili strapiombanti piantati nei ghiaioni. Il luogo non è certo solitario, anzi: decine di migliaia di persone vi salgono ogni estate dopo aver percorso la strada a pedaggio che sale da Misurina, dopo avere lasciato l’auto nei grandi parcheggi che circondano il rifugio Auronzo e dopo aver toccato lungo il comodissimo sentiero-strada il rifugio Lavaredo. Nella folla di turisti, escursionisti e alpinisti diretti al vicino rifugio Locatelli, forse nessuno sa che esattamente 80 anni fa e esattamente qui sono state scritte due pagine cruciali per la storia dell’alpinismo. Tra l’11 e il 14 agosto del 1933, infatti, la cordata composta dai cortinesi Giuseppe e Angelo Dimai e dal triestino Emilio Comici vinceva per la prima volta la parete nord della Cima Grande, la più alta e centrale delle tre vette del gruppo. «Dei tre, il più famoso allora come oggi era senz’altro Comici», spiega Roberto Mantovani, giornalista, scrittore e storico dell’alpinismo. «La via alla Grande segna indubbiamente una svolta nell’alpinismo perché era il principale "grande problema insoluto" dell’epoca in Dolomiti, per l’ambiente spettacolare in cui si articola e per lo sviluppo di grande valore estetico. In realtà la via dello stesso Comici sulla Nord Ovest del Civetta era probabilmente più difficile e continua, ma certo meno bella e spettacolare».I "rampicatori" avvistati dal nostro piccolo compagno di gita stanno esattamente ripetendo la via Comici-Dimai. Anche quelli che abbiamo ammirato mezz’ora fa sull’incredibile Spigolo Giallo della Cima Piccola stavano ripetendo una via di Comici. Seconda delle due "pagine" storiche datate 1933 ed esteticamente ancora più affascinante, la via dello Spigolo Giallo fu salita pochi giorni dopo la Nord della Cima Grande, il 9 settembre, e in cordata con Comici c’erano Renato Zanutti e Mary Varale, moglie del giornalista Vittorio Varale, vero e proprio aedo dell’alpinista triestino. Racconta Mantovani: «L’alpinismo, allora come sempre, era molto competitivo e senza dubbio il regime fascista calcava la mano sulle gesta degli arrampicatori italiani. Il Cai, allora Centro Alpinistico Italiano, era definito da Mussolini «Scuola di ardimento e italianità». Comici aveva un carattere silenzioso e quasi timido; speleologo e ginnasta per formazione era un grande sperimentatore di tecnica di arrampicata e di assicurazione sin dalla palestra di Val Rosandra, nei pressi di Trieste». Moderno nello stile, attento all’estetica della via e della progressione più che alla cima, Comici si trasferisce in Dolomiti a Selva di Val Gardena dove fa il commissario prefettizio, oltre che la guida alpina e il maestro di sci. Devoto al regime? «Direi con la camicia nera come milioni di italiani di allora, ma non "fascista dentro". Anzi, la sua straordinaria bravura lo rende presto un alpinista-simbolo al quale il fascismo (con l’aiuto della stampa sempre in cerca di personaggi-mito e con il facile spunto della sua Trieste, città laboratorio per tanti aspetti della cultura del Ventennio) cerca di cucire addosso la divisa del superuomo. Che non gli si attaglia per nulla, minuto e quasi esile com’era, lontanissimo dal mito virile. Comici non fa nulla per assecondare questa operazione». Carlo Gandini è stato presidente degli Scoiattoli, il gruppo di élite degli alpinisti ampezzani, e Cortina gli deve molto perché da anni raccoglie cimeli e testimonianze sulla storia alpinistica della regione. Mi mostra un prezioso documento che conferma la tesi di Mantovani. È una lettera battuta a macchina e firmata da Emilio Comici; la data è il 20 agosto 1933, sei giorni dopo la "prima" alla Nord della Cima Grande e il destinatario è Angelo Dimai, uno dei due compagni di cordata. Comici è imbarazzato perché l’articolo di Varale sull’impresa è «esagerato in mio favore» e «disconosce i meriti» di Angelo e soprattutto di Giuseppe Dimai nel «tirare» la salita. Una vecchia "grana" che ha avuto anche toni accesi e che Gandini non vuole rinfocolare. Anche se la relazione ufficiale firmata dai tre e custodita sempre da Gandini fa capire il ruolo almeno paritario tra Giuseppe Dimai e Comici. Che comunque, quattro anni più tardi, nel 1937, ripeterà la via alla Cima Grande da solo e in meno di quattro ore.Conclude Mantovani: «Comici era l’uomo giusto per la roccia dolomitica, leggero, elegante. Spiccava per la straordinaria condizione psicologica e l’assenza di inibizioni con cui guardava ai grandi problemi. Ancor più della Nord è l’impresa dello Spigolo Giallo a dimostrarlo». Comici morirà nel 1940, nella palestra di Vallunga in Val Gardena, tradito dalla rottura di un cordino.
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