venerdì 2 ottobre 2009
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Si apre domani la VII edizione di Bergamoscienza, che fino al 18 ottobre porta in città 67 incontri internazionali e 19 mo­stre a ingresso libero. Tra gli ospiti di quest’anno, i Nobel John Nash e Aaron Ciechanover, l’ideatore di Wikipedia Jimmy Wales. Sabato 17 in Città alta, al Teatro sociale, par­lerà Daniel Bosia, architetto e in­gegnere strutturale di origine ita­liana: laureato al Politecnico di To­rino, da più di vent’anni vive tra Londra e gli Stati Uniti e ha preso parte ad alcuni dei progetti più in­novativi e anche un po’ bizzarri dell’ultimo decennio. Parlerà di «Matematica e architettura», e in effetti gli edifici progettati da Bo­sia grazie a software inventati ap­positamente di numeri devono a­verne assorbite dosi massicce, ci­fre anche strane e misteriose co­me le serie di Fibonacci o le geo­metrie frattali che stanno propo­nendo nelle nostre città profili fi­no a oggi inediti. Bosia è uno sperimentatore, ma di quelli lucidi, razionali, cresciuti professionalmente accanto (se non dentro) al computer. È diret­tore associato di Arup, una delle società di costruzioni più grandi del mondo, guida da Londra la sua Advanced Geometry Unit. È un uomo «politecnico», ma di nuovo tipo; collabora con i dipar­timenti di centri universitari come Yale e Harvard, insegna Organiz­zazione di Sistemi non-lineari all’Università della Pennsylvania, ficca il naso nella biologia mole­colare, nella chimica avanzata, progetta nuovi materiali da co­struzione. Tra le sue realizzazioni, il «Ponte di Pedro e Inês» a Coim­bra e il Weave Bridge a Phila­delphia. Ha collaborato con archi­tetti come Daniel Libeskind per il nuovo World Trade Center di Manhattan e il Royal Ontario Mu­seum; con Toyo Ito al Serpentine Gallery Pavillion di Londra. «Assieme a Cecil Balmond – spie­ga Bosia – abbiamo fondato un gruppo di ricerca applicata che studia nuovi sistemi geometrici e la loro applicazione in architetture di diversa scala, dal livello urbano a quello degli edifici privati, fino agli oggetti di design. Agu riunisce matematici, programmatori, ar­chitetti, ingegneri e questo mix permette di raccogliere un know­how molto vasto e di tradurlo in proposte progettuali che mirano a rivoluzionare il modo in cui sono state fatte le cose in passato». Vi state liberando dei concetti ba­se dell’architettura storica? «Non del tutto. Noi utilizziamo ancora rapporti geometrici molto classici e fondamentali come la sezione aurea, che sono stati iden­tificati sin dai tempi dei greci e an­cor prima, cerchiamo però di ri­scoprirli all’interno di un’estetica completamente diversa, contem­poranea ». Quando, dal livello della matema­tica pura, lei passa a fare i calcoli sulle strutture reali le cose però si complicano, o no? «La geometria è qualcosa che pro­duce effetti a qualsiasi livello. Og­gi, ad esempio, siamo in grado di esaminare la struttura molecolare dei materiali da costruzione. La nostra ricerca non vuole essere semplicemente astratta ma anche testata sul piano fisico, e l’aspetto geometrico tocca anche il livello della struttura chimica. Per esem­pio, con il nostro Dipartimento dei materiali stiamo lavorando per controllare le loro proprietà a livello molecolare: alcuni materia­li ormai possono essere quasi 'fabbricati' a seconda delle nostre esigenze. Nelle ali delle farfalle il colore non è solo una tinta ag­giunta ma è legato alla struttura del­l’insetto. A noi in­teressa questo a­spetto: cercare di influenzare le pro­prietà di un edifi­cio a partire dalla geometria delle sue strutture più interne». Vuol dire che cercate di progetta­re architettura a partire dalle mo­lecole? «Sì, esatto. Oggi, per esempio, i materiali edilizi vengono colorati mescolando sulla loro superficie dei pigmenti, ma sono processi sempre meno 'sostenibili' dal punto di vista ambientale. Un mo­do molto più 'ecologico', ma an­che più interessante è quello di creare colorazioni diverse interve­nendo nella struttura molecolare». Lei, però, utilizza anche materiali poveri. «È vero, il Weave Bridge – 'ponte intrecciato' – di Philadelphia ad e­sempio è fatto di materiali molto semplici, come acciaio e plexiglas. Credo che in alcuni nostri progetti la forma, la nuova espressione ar­chitettonica sia già così pregnante da giustificare l’utilizzo di mate­riali persino poveri. Non vogliamo che i nostri progetti siano realizza­bili solo spendendo molto. Abbia­mo provato anche il legno: il Padi­glione della Serpentine Gallery è fatto con elementi molto semplici, tutti lunghi due metri, e siamo riusciti a creare u­na 'luce' di 30 me­tri organizzandoli in reticoli, una tec­nica che ci ha per­messo anche di semplificare in modo drastico le connessioni e tor­nare a qualcosa di assolutamente tra­dizionale: una semplice connes­sione legno-legno. Questo grazie proprio all’utilizzo sofisticato del­la geometria, spostandoci però dal sistema cartesiano classico a un 'sistema reciproco' in cui cia­scun elemento è sostenuto dal successivo». Con tutta questa tecnologia, state tornando più vicini alla natura? «La natura non è il nostro punto di partenza, eppure molte delle geometrie che utilizziamo le so­migliano, perché sono costruite in base agli stessi processi». L’architetto Daniel Bosia Un’immagine del Royal Ontario Museum costruito dalla Arup con la direzione di Bosia
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