sabato 20 luglio 2019
Gli elementi liturgici parlano per relazione diretta. La sfida è superare le categorie per identificare una misteriosa ulteriore categoria: quella della sostanza della rivelazione
L’altare della cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio a Soissons, realizzato da Jean-Marie Duthilleul

L’altare della cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio a Soissons, realizzato da Jean-Marie Duthilleul

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L’altare non ha cattedre stilistiche. Ogni tempo ha la sua cultura che produce pensiero e procedimenti estetici e concettuali particolari. È naturale che questo si possa irradiare nella realizzazione delle opere e quindi anche in un elemento come l’altare. Eppure questo non basta. L’estetica dei simboli sacri richiede un suo movimento di pensiero intriso del tempo in cui si trova ma al tempo stesso libero da legami di maniera, anche sofisticati.

Nella pratica artistica credo che i perimetri del mio campo di ricerca formale siano riconoscibili e personali, anche estremi per quanto riguarda ad esempio la contaminazione dei materiali. Ma quando affronto il tema del sacro è come se avessi un ulteriore scomparto del pensiero. Non applico il mio stile per essere riconoscibile. O meglio: mi stacco dalle altre ricerche per avventurarmi in questa specifica, sempre personale, strano bilanciamento tra servizio e libertà, necessità di corporeità e purificazione dal racconto didascalico. È essenziale comprendere che didascalia può essere anche quella del mio stile.

Il campo del sacro è specifico, posto su un asse temporale che attraversa ogni istanza, senza esserne influenzato nel suo cuore fondamentale. È divertente e interessante vedere questo o quell’artista che porta la sua personale idea di altare, applicando i suoi modi. Forse in qualche misura è anche inevitabile. Ovviamente mi riferisco ad esempi che abbiano il minimo sindacale di qualità riconoscibile e una autorevolezza sul piano della ricerca formale.

Ma credo sia opportuno chiedersi, in una visione contemporanea che riesca a procedere approfondendo il legame con l’essenza formale, se un simbolo sacro debba rispondere con evidenza a questo o quel movimento artistico. Il tema del sacro applicato ai simboli è differente dal caso delle opere iconografiche. Lì l’autore applica la ricerca formale che pratica in altri ambiti. Nel caso dei simboli credo che si debba scoprire, se lo si ha, il proprio stile calato in una dimensione differente, con priorità formali diverse e totalmente autonome.

L’altare ha una identità nel suo incontrare la meditazione di un artista, ma è una identità da scoprire, ex novo, non occasione di citazione dei propri stilemi . Quando il tema stilistico viene proposto con eccessiva evidenza, prioritario rispetto alle esigenze di autonomia e contestualità, di convergenza e divergenza con gli altri elementi e dell’architettura del tempio, finisce per essere nuovamente didascalia, anche se di un livello superiore rispetto alle frasi da bugiardino religioso. Una decorazione raffinata che tende a trasformare la chiesa in un museo piuttosto che in un luogo autonomo con le proprie regole. Non intendo dare una risposta ma porre il problema su cui vedo una certa confusione anche tra gli addetti ai lavori. Certamente l’altare deve essere in grado di parlare di sé anche in assenza di liturgia o spiegazione.

Gli elementi liturgici di una chiesa, come ogni opera d’arte o architettura, parlano per relazione diretta, nel bene e nel male. Da questo punto di vista voglio citare due esempi. Quello di Soissons dell’architetto Duthilleul e quello di San Benno a Monaco. Non commento ma la sola visione puo dar conto di come nella apparente similitudine cromatica i risultati sono completamente differenti.

La chiesa di San Benno a Monaco di Baviera

La chiesa di San Benno a Monaco di Baviera

Un altro fronte è quello della tematica dell’altare relativa a materiali e ad altri congegni formali. L’altare di idea naturalistica è uno dei fronti su cui si vedono varie soluzioni. Ma anche in questo caso vi è un fraintendimento. La “idea di ambiente” frequentata in questi casi è la natura ecologica, un po’ new age, e non può essere sufficiente. Idea ristretta di ambiente che non soddisfa il carattere assoluto e atemporale di un altare. A fronte del fatto-altare, ambiente e natura sono ogni cosa, non solo il verde delle aree protette, ma anche il grigio più grigio delle città, il centro più evoluto, come la periferia disastrata. Non si tratta di dettagli ma di un vero e proprio salto di dimensione.

Un altare non è la raccolta episodica di tematiche sociali, pur legittime. La grande sfida dell’altare è superare le categorie per identificare una misteriosa ulteriore categoria che è quella della sostanza della rivelazione. E qui sta uno spunto metodologico, almeno di concetto. Questa sostanza è ovviamente imprendibile, ma intuibile in alcune sue parti. Un altare, la sua realizzazione, dovrebbero essere lo sforzo di rendere incontrabile il mistero attraverso le parti che riusciamo a catturare nella sua essenza formale. Queste parti devono essere concrete, se crediamo che il mistero per la rivelazione cristiana si sia fatto carne attuale per ognuno. Alcuni passi, mi rendo conto, sembrano negare la idea di contestualità, ovvero un radicamento nello specifico del simbolo generale. Non è così. Il discrimine è su un piano diverso.

La contestualità di un altare non può essere aneddotica. Radicata non significa episodica. Così l’idea di natura, di comunità, la continuità con la chiesa di cui dovrebbe essere matrice, non sono l’applicazione di etichette di categoria e cifre stilistiche. Se faccio un altare usando un tronco d’albero, quanto mantengo il valore simbolico e quanto invece lo disperdo in una interpretazione troppo narrativa di natura e un tipo di relazione con essa?

A questo proposito porto ad esempio l’altare in legno in Germania i cui risultati parlano da soli. L’albero è certamente parte del cosmo, ma sacrifica la percezione dell’altare che per sé significa la natura in una maniera più sacrale, totalizzante e interna rispetto a una sua particolare manifestazione tangibile troppo descrittiva e anche decorativa. Ciò che succede dentro e sopra un altare va oltre le categorie conosciute della fisica, della biologia, dell’antropologia, pur incarnandole tutte ad un unico tempo. Se è vero che l’altare non deve somigliare a nulla, lo è nel senso che non ha necessità di alcuna didascalia. La didascalia può essere anche formale, non necessariamente scritta, e depotenzia fatalmente la potenza simbolica dell’elemento. In questo l’astrazione è certamente uno strumento evoluto, poiché, se non è esercizio stilistico, può comunicare la corporeità evitando di ridurla a rappresentazione oleografica.

L’altare non deve somigliare a nulla ma deve dichiarare il suo essere matrice della chiesa in cui si trova. L’altare deve essere autonomo eppure contestuale. Non deve raccontare storie. Uno degli errori più evidenti è vedere nell’altare e nei simboli liturgici una specie di foglietto illustrativo delle narrazioni, dei racconti, delle morali.

L’altare non è altro che se stesso. Non è una storia ma essenza stessa della storia. L’altare non deve funzionare di rimando. L’altare non rimanda a nulla. Nella peculiarità del rito cristiano l’altare semplicemente è. La sua forza emanativa genera gli eventi formali della chiesa e li racchiude, ma in sé è forma compiuta. Fulcro del mistero e dell’architettura della chiesa non richiede il superfluo per essere. Richiede una compiutezza formale unitaria e articolata che dia conto della sua forza centralità e contestualità.

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