venerdì 17 settembre 2010
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Per i piloti dei moderni voli di linea è diventato un passaggio di routine, da segnalare ai passeggeri incollati ai finestrini: «Sotto di voi, il colle del Sempione». Chissà quanti, tra le migliaia di persone che, ogni giorno, sentono questo annuncio, sanno che, un secolo fa, proprio tra queste montagne, strette tra il passo di Monscera, il pizzo Pioltone e l’imponente monte Leone, si svolse una tra le più straordinarie e tragiche imprese della storia dell’aviazione che, proprio in quegli anni, stava muovendo i primi passi.L’inizio del Novecento aveva, infatti, dato nuovo impulso allo studio di macchine capaci di superare la forza di gravità e di innalzarsi nel cielo. I primi, pionieristici tentativi di volare dei fratelli Wright risalgono al 1903-1905 e, pochi anni più tardi, nel 1909, Louis Bleriot compirà la prima trasvolata della Manica, mentre l’anno dopo Louis Paulhan coprirà in volo i trecento chilometri che separano Londra da Manchester. Nell’autunno del 1910 si tiene la prima esposizione aerea di Parigi e, nello stesso anno, durante una conferenza a Milano, Gabriele D’Annunzio conia il termine «velivolo» per indicare, appunto, le macchine capaci di staccarsi dal suolo. I tempi, insomma, sono maturi per proporre un’impresa che, per le tecnologie e i mezzi a disposizione, era per l’epoca più che altro una scommessa: la prima trasvolata delle Alpi. A lanciare la sfida è la Società italiana di aviazione, in collaborazione con la Commissione nazionale del turismo aereo del Touring club italiano, che sceglie questo percorso: da Briga, in Svizzera, a Milano, nel cuore della Lombardia, attraverso il Sempione, Domodossola, Stresa, Laveno e Varese. La scelta del Sempione voleva essere una sorta di omaggio agli uomini che avevano realizzato il traforo ferroviario di 19.803 metri, all’epoca il più lungo del mondo, inaugurato appena quattro anni prima, nel 1906.A tentare l’impresa, fissata tra il 18 e il 24 settembre 1910, sono chiamati i più forti aviatori del momento, tra i quali anche un giovane peruviano, Jorge “Geo” Chavez, nato a Parigi nel 1887. Dopo aver ottenuto il brevetto di pilota nel febbraio di quello stesso anno, pochi mesi dopo, l’8 di settembre, si segnalerà al grande pubblico, che affollava i vari concorsi aerei promossi in numerose città, con il record del mondo di altezza: a Issy les Molineaux volerà fino a 2.680 metri. Un biglietto da visita che lo accredita tra i possibili vincitori dei terribili venti di alta quota, che i partecipanti troveranno sul loro percorso. Al termine del quale, al primo che riuscirà ad arrivare a Milano, sarà consegnato il premio messo in palio: 100mila lire.La complessa macchina organizzativa si mette in moto, coinvolgendo anche le popolazioni dei paesi che si trovano lungo il tragitto. Ai parroci è chiesto di innalzare delle bandiere bianche sui campanili per indicare il percorso ai piloti, mentre i valligiani dovranno accendere dei fuochi di paglia umida tutte le mattine alle 6. Plotoni di alpini sono inviati a presidiare cime e valichi, mentre tra la Val d’Ossola e la Svizzera è stesa una linea telefonica per garantire in ogni momento i collegamenti. Infine, a Milano la partenza di un aviatore sarà segnalata issando una bandiera bianca accanto alla Madonnina del Duomo; una rossa informerà del superamento delle Alpi e il Tricolore annuncerà che un aereo si sta avvicinando alla città.Tutto è pronto, ormai, ma le condizioni del vento non sono favorevoli. Chavez, alla guida del suo Bleriot XI costruito per l’occasione, esegue alcuni voli di prova ma deve quasi subito rinunciare. Anche gli altri piloti sono costretti a terra. Finalmente, il 23 settembre 1910, alle 13,29 l’aviatore peruviano decolla da Briga con un «volo velocissimo», come annota sul "Corriere della Sera", Luigi Barzini, inviato a seguire l’evento. Cinquantuno minuti dopo, alle 14,20, Chavez atterrerà a Domodossola, con un terribile schianto: il Bleriot, esausto, a venti metri dal suolo si accartoccia su se stesso precipitando sul prato. Ma Chavez è vivo e l’impresa è compiuta.Ecco come, dal letto dell’ospedale San Biagio di Domodossola, Chavez racconta a Barzini il volo oltre i 2.005 metri del valico del Sempione: «(Ero) sbalestrato dal vento. Erano dei veri colpi di mazza, improvvisi, ora in su, ora in giù, e mulinelli e vortici. Mi pareva di rimbalzare come una palla».Nonostante le numerose fratture alle gambe, il pilota sembra riprendersi e anche i medici paiono sicuri di rimetterlo presto in sesto. Ma, dopo appena quattro giorni, alle 14,55 del 27 settembre, Chavez muore a soli 23 anni. «Vi sono delle emozioni oltre le quali non si vive più», scriverà Barzini sul Corriere, contribuendo alla nascita di un mito, consacrato per sempre dalle parole di Giovanni Pascoli: «Cade, con la sua grande anima sola sempre salendo. Ed ora sì, che vola!».
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