giovedì 22 agosto 2013
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Ancora oggi nei mercatini di Berlino è possibile imbattersi in banchetti che espongono “autentici” frammenti del Muro. Naturalmente è molto difficile sapere se quei piccoli quadratini di calcestruzzo, ricoperti da una patina di vernice variopinta, provengano davvero dal vecchio Berliner Mauer . Per il turista si tratta d’altronde di un dettaglio trascurabile. Quel frammento finirà dimenticato in fondo a un cassetto, come quasi tutti i souvenir di viaggio.Ma almeno per un attimo avrà regalato la sensazione di stringere fra le mani non un blocchetto di cemento, ma un pezzetto di Storia, un tassello della Cortina di ferro che divise l’Europa e il mondo intero. A più di vent’anni dal suo abbattimento la barriera eretta per separare Berlino Est dalla parte occidentale della città continua infatti a conservare la propria densità simbolica. Ma, come mostra lo studioso francese Claude Quétel nel suo recente Muri. Un’altra storia fatta dagli uomini (Bollati Boringhieri, pagine 260, euro 24,00), non costituisce un caso isolato. L’attenzione dello storico si volge infatti proprio ai “muri politici”, che non nascono soltanto da esigenze di difesa, ma che si propongono di controllare, creare limiti, escludere, vietare. La tappa di avvio di questa genealogia non può che essere la Grande Muraglia cinese, iniziata nel III secolo a.C. e più volte perfezionata nel corso del tempo. Nonostante non sia visibile dalla Luna, come vuole una fortunata leggenda, la Muraglia rimane probabilmente la più ambiziosa (e costosa) fortificazione mai concepita. Ma è anche una sorta di paradigma per tutti i muri successivi. Tra cui Quétel non tralascia di ricordare il limes romano, lungo circa settemila chilometri (ma in realtà assai discontinuo), il Vallo Adriano, la Linea Maginot, eretta dalla Francia negli anni Trenta, e il Vallo Atlantico, costruito nel 1942 dalla Germania di Hitler per proteggere la “Fortezza Europa” da un attacco angloamericano. Naturalmente si tratta di muri molto diversi fra loro, ma alcune analogie non possono sfuggire. Tra queste, soprattutto la sostanziale inefficacia. La Muraglia cinese non riuscì infatti a impedire le conquiste mongole né tanto meno le lacerazioni interne. E dal punto di vista strettamente militare si rivelò spesso controproducente. Ma neppure il limes romano riuscì effettivamente a elevare una barriera contro l’avanzata dei popoli germanici, mentre la Linea Maginot e il Vallo Atlantico si rivelarono poco più che bluff costosissimi. La vera forza di tutti questi muri politici, secondo Quetél, va d’altronde cercata soprattutto nell’efficacia ideologica, nella valenza propagandistica, nella capacità di materializzare una frontiera simbolica tra “dentro” e “fuori”, tra “civiltà” e “barbarie”. Già per i romani il limes, più che una vera e propria fortificazione, era d’altronde una barriera “ideologica”, che separava due modi vivere. Esattamente come la Grande Muraglia, che intendeva racchiudere dentro un confine la civiltà cinese. È probabilmente in virtù del loro carattere simbolico che i muri sembrano avere un futuro. La caduta del Muro berlinese non ha infatti chiuso la vicenda. Da allora sono anzi proliferate nuove linee di separazione, sempre più sorvegliate. E Quetél dedica dunque la seconda parte del suo libro proprio alla fenomenologia dei nuovi muri. Costruiti talvolta per separare territori in guerra (come fra le due Coree, a Cipro, nel Sahara occidentale, fra India e Pakistan). Ma elevati anche per proteggersi dal terrorismo, come il muro di Israele, e dall’immigrazione clandestina, come fra Usa e Messico, o a Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole poste sulla costa mediterranea del Marocco. Limitandosi a un lavoro di ricostruzione storica, Quetél non fornisce spiegazioni alla contemporanea proliferazione dei muri politici. Più semplicemente, si limita a osservare che i muri non forniscono una soluzione, ma danno solo risposte temporanee. Se però la funzione principale dei muri politici è prevalentemente simbolica, è facile dire che ogni muro è spesso destinato a diventare il simbolo di un fallimento. Non solo perché i muri si rivelano quasi sempre incapaci di chiudere i territori. Ma perché ogni muro finisce col rendere ancora più visibili, e se possibili più dolorose, le tragedie da cui vorrebbe proteggere.
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