sabato 7 dicembre 2019
Un successo la “primissima”: record di applausi, 16 minuti. Il direttore Chailly rinuncia a qualsiasi facile sentimentalismo, non calcando mai la mano sulla corda dell’emozione fine a se stessa
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La storia a distanza di un anno si ripete. E l’emozione resta la stessa. Se possibile ancora più intensa. Così anche la Tosca di Giacomo Puccini che ha inaugurato la nuova stagione del Teatro alla Scala inizia con un lungo, interminabile applauso al Capo dello Stato Sergio Mattarella che entra in Palco Reale subito dopo che sul podio è salito Riccardo Chailly.

Così ancora una volta l’apertura di stagione del primo teatro lirico del mondo diventa lo specchio della società, dentro e fuori si specchiano nel nome di Puccini che in Tosca racconta la storia, forse la sconfitta, di chi lotta per le proprie idee e per la libertà di tutti. Perché è facile vedere in Tosca – attesa e applauditissima Anna Netrebko nel ruolo del titolo – e Cavaradossi due dei tanti giovani (troppo idealisti?) che in queste settimane scendono in piazza – si chiamino Sardine o Fridays for future – per affermare, senza gridare, che l’accoglienza è ancora un valore al quale dare cittadinanza, che il futuro di costruisce oggi e che la libertà è un principio per il quale occorre ancora lottare.

Come da subito fa Cavaradossi – a incarnarlo la limpidezza di Francesco Meli – rischiando la vita per salvare quella dell’amico Angelotti.

Spente le note dell’Inno di Mameli, che in molti in sala cantano mentre altri girano un video da postare subito sui social, tocca alla musica di Puccini raccontare il sogno di un mondo più giusto che l’uomo forte di turno - sul palco si chiama Scarpia e ha il piglio di Luca Salsi – vuole soffocare.

La Scala piomba nel buio. E quando partono gli accordi dei corni la sensazione, strana, è quella di stare al cinema. Magari con calati sul naso un paio di occhialini di quelli che sbalzano le immagini in 3D e le fanno uscire dal grande schermo tirandoti dentro la storia. Che, in questo caso, appunto è una storia di amore e morte, di soprusi come ce ne sono tanti oggi. E che visti sul grande schermo (sul palco della Scala) sembrano veri. Potenza del cinema che Davide Livermore mette nella “sua” Tosca raccontata come un film capace di tenere viva l’attenzione di fonte a un capolavoro tra i più popolari della storia della lirica tanto che quando parte in orchestra il tema di E lucevan le stelle qualcuno accenna a cantarlo.

Titolo che, caso curioso, non aveva mai inaugurato una stagione scaligera. Scelta in sintonia perfetta con la direzione drammatica e tesa di Chailly che ha messo sul leggio l’edizione critica curata da Roger Parker per Casa Ricordi della versione andata in scena al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900 e modificata già due mesi dopo dal compositore toscano per la prima milanese.

Otto inserti inediti che a tratti rendono ancora più drammatica la vicenda che i librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa hanno scritto ispirandosi a Victorien Sardou.

Operazione riuscita e salutata da un vero trionfo.

Musica, quella ascoltata per la prima volta ieri sera dopo 119 anni, che, è vero, non intacca la poesia della Tosca che conosciamo da sempre, compiuta e drammaticamente perfetta, ma che diventa scoperta di un percorso artistico e, sul palco, occasione per Livermore di fare teatro. O per fare cinema in questa Tosca raccontata come un film dove la narrazione serrata, asciutta ti arriva come un pugno nello stomaco pur nella sua forma esteticamente perfetta grazie alle scene tra storia e pop dello studio Gio Forna e ai costumi fantasiosamente raffinati di Gianluca Falaschi.

Effetto che arriva sin dalla prima “inquadratura”, un uomo che corre immerso in un fascio di luce che lo abbraccia. In fondo un portone, quello di Sant’Andrea della Valle. Lo apre. E siamo dentro la chiesa con lui. Il palco si alza, siamo nella cripta. E con la musica siamo subito dentro il noir di una regia formato tv, a misura della diretta su Rai 1 e nei cinema di tutto il mondo. E che funziona pure in teatro anche quando nel primo atto dopo il duetto d’amore tra Tosca e Cavaradossi l’orchestra parte senza aspettare il movimento della scena: Chailly ferma la musica e ricomincia.

Emozione, brivido che dice come in questo film in diretta non c’è montaggio. Montaggio che è perfetto nel secondo atto con un’orchestra dove il nero piano piano inghiotte tutto, anche il finale del celeberrimo Vissi d’arte sul quale, in questa versione originale, si allunga già l’ombra della morte. Morte che arriva per Scarpia, pugnalato e strangolato da Tosca che, quasi dissociata da se stessa, alla fine osserva da fuori la scena di lei che uccide il barone mentre la scena piomba nel buio.

Lo stesso che incombe su un terzo atto che riserva un finale (cinematografico, ma anche kitsch al punto giusto) a sorpresa con il volo di Tosca da Castel Sant’Angelo che si trasforma in un’ascesa al cielo come in una pala di Tiziano.

Livermore dunque assolve Tosca, rimandando il giudizio come nel libretto «avanti a Dio». E butta la palla in platea per fare scegliere se e quale attualità ha (e ce l’ha) un’opera come Tosca. Come fa Chailly che nella sua direzione tutta in crescendo chiede all’orchestra un colore brunito che affascina e avvolge.

Il direttore immerge il racconto in un crepuscolo sonoro dove la luce della speranza sembra faticare a far breccia, esalta il respiro sinfonico della partitura di Puccini, la restituisce in un incedere che sin dall’inizio ha i tratti sinistri di una marcia funebre che si sfoga alla fine nel grido disperato di Tosca. Chailly mette da parte i puccinismi, rinuncia a qualsiasi facile sentimentalismo non calcando mai la mano sulla corda dell’emozione fin a se stessa.

Una lettura alla quale aderiscono perfettamente i protagonisti. Anna Netrebko disegna una Tosca dapprima risoluta, ma che poi si abbandona al suo destino tragico. Il suo Vissi d’arte, che strappa un lungo applauso, diventa un testamento spirituale di Tosca, cantato a voce sommessa dal soprano che mette in campo la sua voce scura per delineare un personaggio ombroso, per raccontare con tecnica sicura e presenza scenica da mattatrice, una donna stanca di lottare.

Francesco Meli offre la sua voce luminosa e lirica a Cavaradossi, facendone un giovane idealista, forse disilluso: la freschezza del Recondita armonia lascia spazio alla malinconica rassegnazione di un E lucevan le stelle cesellato sul filo dell’emozione e applauditissimo.

Misurato, mai sopra le righe e per questo ancora più inquietante e nero lo Scarpia che Luca Salsi (acclamato già alla fine del secondo atto) scolpisce con il suo canto che sa essere solenne e severo, ma anche insinuante e sottile. Il baritono restituisce in modo disarmante la verità di un personaggio che diventa lo specchio di un mondo, il nostro, dove spesso il male si maschera di finto bene dietro simboli o proclami che allungano un’ombra scura come racconta la sconquassante musica di Puccini. Seguita da un applauso record: 16 minuti.

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