sabato 6 dicembre 2014
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Vorrei mostrare come l’intuizione di San Gregorio Nisseno può aiutare noi credenti ad approfondire la nostra fede e a indicare all’uomo moderno, divenuto scettico riguardo alle “cinque vie” della teologia tradizionale, un qualche sentiero che lo porti a Dio. La novità introdotta dal Nisseno nel pensiero cristiano è l’idea che, per incontrare Dio, bisogna oltrepassare i confini della ragione. Siamo agli antipodi del progetto kantiano di mantenere la religione «dentro i confini della semplice ragione». Nella cultura odierna secolarizzata si è andati purtroppo ben al di là di Kant. Quest’ultimo, in nome della ragione (almeno della ragion pratica), “postulava” l’esistenza di Dio; i razionalisti posteriori negano anche questo. Il “nuovo ateismo”, come viene chiamato quello militante di oggi, si basa tutto sulla tesi dell’incompatibilità tra fede e ragione scientifica. Si capisce da ciò quanto sia attuale il pensiero del Nisseno. Egli dimostra che la parte più alta della persona, la ragione, non è esclusa dalla ricerca di Dio; che non si è costretti a scegliere tra seguire la fede e seguire l’intelligenza. Entrando nella “nube”, cioè credendo, la persona umana non rinuncia alla propria razionalità, ma la trascende, che è una cosa ben diversa. Il credente dà fondo, per così dire, alle risorse della propria ragione, le permette di porre il suo atto più nobile, perché, come afferma Pascal, «l’atto supremo della ragione sta nel riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano». San Tommaso d’Aquino, considerato giustamente uno dei più strenui difensori delle esigenze della ragione ha scritto: «Sì dice che al termine della conoscenza, Dio è conosciuto come lo Sconosciuto perché il nostro spirito è pervenuto all’estremo della sua conoscenza di Dio quando alla fine si accorge che la sua essenza è al di sopra di tutto ciò che può conoscere quaggiù». Nell’istante stesso in cui la ragione riconosce il suo limite, lo infrange e lo supera. Capisce che non può capire, «vede che non può vedere», diceva il Nisseno, ma comprende anche che un Dio compreso non sarebbe più Dio. È ad opera della ragione che si produce questo riconoscimento, che è, perciò, un atto squisitamente razionale. Essa è, alla lettera, una “dotta ignoranza”, un ignorare “a ragion veduta”. Si deve dunque dire piuttosto il contrario, e cioè che pone un limite alla ragione e la umilia colui che non le riconosce questa capacità di trascendersi. «Finora — ha scritto Kierkegaard — si è sempre parlato così: “Il dire che non si può capire questa o quella cosa, non soddisfa la scienza che vuol capire”. Ecco lo sbaglio. Si deve dire proprio il contrario: qualora la scienza umana non voglia riconoscere che vi è qualcosa che essa non può capire, o — in modo ancor più preciso — qualcosa di cui essa con chiarezza può “capire che non può capire”, allora tutto è sconvolto. È pertanto un compito della conoscenza umana capire che vi sono e quali sono le cose che essa non può capire». Ma di che genere di oscurità si tratta? Della nube che, a un certo punto, si frappose tra gli egiziani e gli ebrei è detto che essa era «tenebrosa per gli uni e luminosa per gli altri» (cf. Es 14,20). Il mondo della fede è oscuro per chi lo guarda dal di fuori, ma è luminoso per chi vi entra dentro. Di una luminosità speciale, del cuore più che della mente. Nella Notte oscura di san Giovanni della Croce (una variante del tema della nube del Nisseno!) l’anima dichiara di procedere per la sua nuova strada, «senza altra guida e luce, fuor di quella che in cuore mi riluce». Una luce, però, che è «più sicura che il sol di mezzogiorno». La beata Angela da Foligno, una della massime rappresentanti della visione di Dio nelle tenebre, dice che la Madre di Dio «fu tanto ineffabilmente unita alla somma e assolutamente indicibile Trinità, che in vita godette della gioia di cui godono i santi in cielo, la gioia dell’incomprensibilità (gaudium incomprehensibilitatis) perché capiscono che non si può capire». È un complemento stupendo alla dottrina di Gregorio di Nissa sulla inconoscibilità di Dio. Ci assicura che lungi dall’umiliarci e privarci di qualcosa, tale inconoscibilità è fatta per riempire l’uomo di entusiasmo e di gioia; ci dice che Dio è infinitamente più grande, più bello, più buono, di quanto riusciremo mai a pensare, e che è tutto questo per noi, perché la nostra gioia sia piena; perché non ci sfiori minimamente il pensiero che potremmo annoiarci a passare l’eternità vicino a lui! O se i nostri amici atei sperimentassero per un istante la gioia di uscire dal nostro limite e affacciarsi sull’infinito! Esclamerebbero anche loro, come il poeta Giacomo Leopardi, «e il naufragar m’è dolce in questo mare». Un’altra idea del Nisseno che si rivela utile per un confronto con la cultura religiosa moderna è quella del «sentimento di una presenza», che egli pone al vertice della conoscenza di Dio. La fenomenologia religiosa ha messo in luce, con Rudolf Otto, l’esistenza di un atto primario, presente, in gradi diversi di purezza, in tutte le culture e in tutte le età, che egli chiama «sentimento del numinoso», cioè il senso, misto di terrore e di attrazione, che coglie improvvisamente l’essere umano di fronte al manifestarsi del soprannaturale o del soprarazionale. Se la difesa della fede, secondo gli ultimi orientamenti dell’apologetica ricordati all’inizio, «si colloca dietro una pedagogia dell’esperienza spirituale, di cui si riconosce la possibilità inscritta a priori in ogni essere umano», non possiamo trascurare l’aggancio che ci offre la moderna fenomenologia religiosa. Certo, il «sentimento di una certa presenza» del Nisseno è cosa diversa dal confuso senso del luminoso e dal brivido del soprannaturale, ma le due idee hanno qualcosa in comune. Una indica l’inizio di un cammino verso la scoperta del Dio vivente, l’altra ne è il termine. La conoscenza di Dio, diceva il Nisseno, comincia con un passaggio dalle tenebre alla luce e termina con un passaggio dalla luce alle tenebre. Non si giunge al secondo senza passare per il primo; in altre parole, senza essersi prima purificati dal peccato e dalle passioni. «Avrei già abbandonato i piaceri, dice il libertino, se avessi la fede. Ma io rispondo — dice Pascal — : Avresti già la fede se avessi abbandonato i piaceri».
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