martedì 3 maggio 2016
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FIRENZE I olanta, ultima opera di Pëtr Il’ic Cajkovskij, ha inaugurato il Maggio Musicale Fiorentino, giunto quasi all’ottantesimo anno. Lo spettacolo si presta a due categorie di riflessioni: una più vasta sul festival e una sulla scelta dell’opera e sulla sua esecuzione. Nei giorni dell’apertura del Maggio, la stampa fiorentina annunciava che il Cipe avrebbe presto stanziato 15 milioni per il completamento di una sala di concerto per mille posti e di varie “pertinenze” (camerini, sala prove, torre scenica). Il problema principale del Maggio, e della stagione, però è quello di ritrovare il pubblico. Ho assistito a Iolanta a una diurna di sabato: il Teatro Opera di Firenze (1.800 posti) era pieno a metà. Ricordo ancora il Comunale (2.000 posti) affollatissimo, in diurne analoghe, con pullman di associazioni di “amici della musica” provenienti non solo dal resto della toscana ma anche dalle Marche e dall’Emilia- Romagna. Occorre chiedersi se non sia utile una riflessione sui contenuti e se una torre scenica per mettere in scena tre opere la settimana (e almeno 220 rappresentazioni l’anno) sia davvero prioritaria. Il Maggio è nato per la riscoperta di capolavori obliati nei decenni, se non da secoli, con messe in scena originali e tali da essere esportate in altri teatri. Iolanta è un gioiello di rara esecuzione, pur se è stato visto ed ascoltato, a mia memoria, a Roma, a Milano, a Torino (in due occasioni differenti), alla Sagra Musicale Umbra e a Catania. L’allestimento è una coproduzione del Metropolitan di New York e del Teatro Nazionale Weilki di Varsavia già portata a San Pietroburgo. Anche la seconda opera in programma – Albert Herring di Benjamin Britten – ha avuto una circuitazione recente in teatri di tradizione del Sud. La terza opera – Lo Specchio Magico di Fabio Vacchi – è una prima assoluta eseguita, in forma di concerto, un’unica sera. Il Maggio include anche una vasta serie di concerti sinfonici e da camera, seguiti, per lo più, da pubblico fiorentino. Veniamo a Iolanta. Cajkovskij sarebbe morto l’anno seguente (nel 1893) in condizioni misteriose. È un atto unico, concepito per uno spettacolo che nella prima parte avrebbe incluso il balletto Lo Schiaccianoci. Tanto l’opera quanto il balletto (e i testi letterari da cui sono tratti) hanno un fil rouge: il percorso verso la maturità e la consapevolezza di sé stessi. In Iolanta la parabola è incentrata sulla figlia cieca del Re di Provenza nel XIV secolo; non è cosciente della sua condizione perché circondata da persone che fingono di essere cieche. Scopre la sua cecità quando si innamora di un nobile di Borgogna entrato nel rifugio dove è confinata. Il tema del percorso dell’oscurità alla luce, un proprio cammino verso la redenzione termina con un Gloria, ed è intrecciato con quella della “diversità” che tormentava Cajkovskij. Si distingue dal resto della sua produzione teatrale perché lavoro intimista: un’orchestrazione molto cromatica viene coniugata con numeri (arie, duetti, romanzi) di tradizione italiana. Per molti aspetti prelude al decadentismo e al Pélleas et Melisande di Debussy. L’allestimento di Marius Trelinski, coadiuvato dalle scene di Boris Kudlicka è ispirato, per ammissione del regista e dei suoi collaboratori, alle atmosfere dei film noir degli anni quaranta in rigoroso bianco e nero. Resta cupo anche nel finale, nonostante il libretto contenga prima del Gloria una serie di ringraziamenti al Signore, di cui la luce (e la visione del Creato) sono il primo dono agli uomini. Ottima la concertazione del giovane Stanislav Kochanovsky, chiamato a sostituire Michael Jurowski. Di buon livello, ma non eccellente il cast in cui le voci maschili sono parse migliori di quelle femminili. © RIPRODUZIONE RISERVATA L’opera di Cajkovskij, raro gioiello di esecuzione, apre la stagione 2016 della prestigiosa e antica rassegna musicale Riuscito l’allestimento di Trelinski Ma la vera sfida del teatro è ritrovare il pubblico La “Iolanta” di Cajkovskij
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