Reportage. KENYA: il popolo che vive di corsa


Mario Nicoliello venerdì 26 febbraio 2016
 KENYA: il popolo che vive di corsa
ELDORET (KENYA) Ha ancora sonno la piccola Mercy quando scende dal matatu e calpesta l’erba dello Sports Club di Eldoret. Per destarsi le bastano però solo pochi passi a piedi nudi sul manto verde. Imitando centinaia di coetanei, Mercy si mette in fila per attaccare al petto il numero di gara, dopo che una volontaria ha scritto sulla sua mano il numero “7”, l’età della bambina di Kaptabuk. È l’alba di una domenica di festa nel cuore della Rift Valley, dove 2500 corridori sono pronti per la corsa campestre, primo atto del Discovery Kenya. La manifestazione inventata dal medico italiano Gabriele Rosa ha festeggiato il giubileo d’argento: dal 1992 al 2016, venticinque anni di impegno per scovare talenti, formare campioni, investire per sviluppare una terra dove la corsa rende felici. È il sorriso il denominatore comune dei bambini che animano i cross giovanili.  Cambiano i luoghi di nascita, le etnie, gli stili di corsa, l’abbigliamento. Non serve avere le scarpe o la canottiera aderente, si può correre anche scalzi e con la felpa di lana, oppure con una camicia bucata e senza bottoni. Basta divertirsi sfrecciando sui prati, perché a questa età la corsa è un gioco. Poi, da grandi, potrà diventare anche un lavoro. «Venticinque anni fa nessun keniano voleva correre la maratona, oggi vincono l’87% delle gare disputate nel mondo». Ha il volto soddisfatto Gabriele Rosa quando snocciola il dato emblematico di un percorso cominciato quasi per caso. Galeotto fu il ginocchio infortunato di Moses Tanui che scelse il medico bresciano per curarsi e, dopo aver vinto il Mondiale dei 10.000 a Tokyo 1991, lo condusse per la prima volta a casa sua. Proprio a Kaptagat nel 1993 sorse il primo training camp per accogliere i talenti selezionati sul territorio. Oggi, a una trentina di chilometri da Eldoret, è attiva la più innovativa delle strutture gestite da Rosa, intitolata al compianto Samuel Wanjiru, olimpionico di maratona a Pechino. La sveglia suona alle sei per l’alle- namento mattutino da svolgere prima che il sole cominci a picchiare. Siamo sull’equatore e nelle ore centrali conviene riposare, tra un massaggio, una lettura o un sonnellino postprandiale. Prima del tramonto ci sarà poi spazio per la seconda uscita. I programmi variano: si va dal “lungo” (massimo 38 chilometri) al fartlek (alternanza tra corsa veloce e lenta) fino all’intervallato in cui si copre più volte la medesima distanza.   Non esiste pianura a queste latitudini, così la corsa è un continuo saliscendi in cui la terra cede il posto alla ghiaia, alle pietre o all’erba, ma mai all’asfalto: seguire i corridori a bordo di furgoni non è agevole. Se fanno fatica i fuoristrada figuriamoci gli atleti, i quali si adattano però ad ogni tipo di manto, con facilità di corsa, attitudine al ritmo e rapidità di recupero. In una settimana si macinano fino a 250 chilometri dalla foresta alla steppa, dalla montagna alle colline del tè (che qui verrà poi bollito nel latte), fino alla savana. A Nyahururu, a un tiro di schioppo dalle cascate di Thomson (l’esploratore britannico che a metà ’800 raggiunse questi posti) c’è la base di Bedan Karoki, venticinquenne di etnia kikuyo vincitore assoluto del Discovery 2016: il suo percorso è un safari in cui si avvistano in lontananza giraffe, struzzi, gazzelle, zebre e a volte anche elefanti. Fauna meravigliosa e paesaggi mozzafiato che leniscono la fatica per i duri allenamenti, condotti sempre in gruppo. È questo il fulcro del metodo Rosa, da lui stesso descritto nel libro Correre la vita. Sulla storia della maratona contemporanea (Il Nuovo Melangolo, pagine 332, 24,00 euro), nel quale gli atleti (da Paul Tergat a Martin Lel, da Sammy Korir a Margaret Okayo) si raccontano in prima persona. Tre sono i training camp di proprietà operativi in Kenya, mentre altri quattro sono in affitto. La gestione è curata da una trentina di keniani (allenatori, fisioterapisti, cuochi, autisti) e sei italiani di stanza nel bresciano. Da queste strutture sono usciti campioni olimpici e mondiali, ma anche ragazzi che con la corsa sono maturati migliorando la propria posizione, per poi investire i guadagni nel territorio. 
Gabriele Rosa In due decenni e mezzo Rosa ha costruito scuole (pagando anche le rette ai ragazzi più promettenti), acquedotti, fattorie e chiese, come quella cattolica di Kapsait, a 3000 metri di altitudine, dove padre Edwin celebra la messa in swahili una volta ogni due mesi: «Ho 28 comunità da servire, ogni giorno sono in tre villaggi ». In assenza di auto e biciclette quassù l’unico modo per muoversi in fretta è la corsa. L’alba è pertanto scandita dal passo svelto di bambini e adulti che sfrecciano in mezzo a mucche, capre e pecore, mentre gli anziani avanzano su carretti trainati da asini. Agricoltura e pastorizia consentono a tutti di sfamarsi, mentre il surplus viene smerciato ad Eldoret, dove accanto ai prodotti della terra viene venduta anche la pietra odowa, nutrimento ricco di ferro e calcio per le donne partorienti.  A Kapsait vivono i marakwet, una tribù dell’etnia kalenjin, perennemente in lotta con i pokot che invece popolano Kaptabuk. Qui il gruppo dei “muzungu” (uomini bianchi) viene accolto da una festa nel cortile della scuola primaria ristrutturata da Rosa. Sorridente tra la mamma e la nonna c’è anche Mercy. Indossa una maglietta nera, premio per aver vinto il Cross Under 7 al Discovery 2016. Da grande forse diventerà un’atleta, oggi vuole solo imparare a leggere e scrivere. È sui banchi di scuola che si formano i campioni del domani.
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