mercoledì 15 febbraio 2017
Nel film "The other side of hope" il regista finlandese, con il suo stile surreale e leggero, racconta la storia di un rifugiato siriano
Il regista Aki Kaurismaki (Lapresse)

Il regista Aki Kaurismaki (Lapresse) - LaPresse

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Quando sembra che non ci si possa più proteggere dallo spettacolo degli orrori del mondo, quando le immagini di violenza, sopraffazione, dolore ci sovrastano attraverso media e social network, quando proteste e denunce hanno la stessa potenza di armi scariche, allora è il momento di vedere un film di Aki Kaurismäki. Non perché il regista finlandese scelga un cinema di puro intrattenimento, al contrario. Kaurismäki non ha mai smesso di dialogare con il mondo esterno, ma ha scelto di raccontare ingiustizie e misfatti a modo suo, con leggerezza e poesia, senza accuse, polemiche, rabbia e facili giudizi, sempre attento a una umanità fragile, ma capace di mettersi all’ascolto dell’altro, di comprendere, di accettare e amare. Molti connazionali detestano il regista per come si vedono rappresentati nei suoi film, ma il pubblico internazionale lo ama e i festival lo inseguono, come la Berlinale che ha infatti scelto il suo The other side of hope (L’altra faccia della speranza) per la competizione. E gli spettatori, addetti ai lavori compresi, lo hanno accolto con un entusiasmo finora riservato a nessun altro titolo. Il film, che in Italia arriverà il prossimo 6 aprile distribuito da Cinema, è il secondo capitolo della “trilogia del porto” iniziata con Miracolo a Le Havre e destinata a concludersi con una «commedia felice», assicura il regista, ammesso che la sua leggendaria pigrizia non lo spinga a mollare il colpo. Eppure anche con questo film si ride, e moltissimo.

La vicenda, costellata di canzoni blues e rock, ruota intorno a un incontro destinato a cambiare la vita di un gruppo di persone, stralunate e laconiche come tutti i paradossali e impassibili personaggi di Kaurismäki. Khaled (Sherwan Haji) è un rifugiato siriano sfuggito agli orrori della guerra che ha ucciso quasi tutta la sua famiglia, finito a Helsinki e deciso a chiedere asilo politico seguendo il classico e legale iter burocratico, per poi mettersi in cerca con l’aiuto delle autorità locali della sorella Miriam che non è riuscita ad attraversare il confine. Ma quando il permesso di restare in Finlandia gli viene negato, il giovane fugge e si nasconde nel cortile di un modesto ristorante appena acquistato in un remoto quartiere del- la città da Wikström (Sakari Kuosmanen), venditore di camicie e cravatte deciso a cambiare vita, e ora alla guida di un surreale, esiguo team composto da un cuoco, due camerieri e un cane che sembrano cascati sulla terra da un altro pianeta. Il primo incontro tra Khaled e Wikström finisce con una scazzottata, nella scena seguente il rifugiato mangia a tavola circondato dall’affetto del personale, in quella dopo Khaled sta passando l’aspirapolvere perché proprio in quel ristorante ha trovato lavoro. Nasce così per caso una piccola, utopica comunità di persone buone, solo apparentemente fuori dal tempo, fondata su lavoro, amicizia, solidarietà e impegnata a trovare fantasiose soluzioni alla mancanza di clienti stufi delle solite polpette di carne o di pesce.

La momentanea e fallimentare riconversione del ristorante in un sushi bar è decisamente il momento più esilarante del film, al punto che i dialoghi degli attori erano totalmente sovrastati dalle risate. L’idea di Kaurismäki allora è che il mondo possa essere un posto migliore, e certe persone sanno dimostrarlo con il quotidiano impegno di un aiuto reciproco. «Ho un grande sogno – dice il regista, dal corrosivo senso dell’umorismo – quello di modificare l’opinione del mondo intero sui rifugiati. Ma so benissimo di non avere tutto questo potere e quindi spero di far cambiare idea almeno a quei tre o quattro finlandesi che verranno a vedere il mio film. Penso che l’atteggiamento dei miei compatrioti verso gli immigrati sia intollerabile, si sentono sotto attacco e hanno cominciato una guerra per la paura che gli venga rubata la macchina nuova». «Sessant’anni fa – continua Kaurismäki – avevamo gli stessi rifugiati di adesso, ma li aiutavamo invece di temerli. Non mi importa se nel mio paese la gente vada in giro con un velo o un basco, non credo al rischio dell’islamizzazione dell’Europa, che anzi, sta andando in pezzi per colpa di una guerra che nasconde ben altri crimini contro l’umanità. Non voglio fare dichiarazioni strettamente politiche, ma rispetto Angela Merkel per essersi impegnata a proteggere i rifugiati. Siamo tutti esseri umani e un giorno potremmo essere noi quelli in difficoltà».

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