lunedì 22 maggio 2017
Max Allegri ha saputo disegnare tre squadre diverse per campionato, Coppa Italia e Champions. Ma senza il supporto della società, sarebbe stato impossibile essere campioni d'Italia sei volte di fila
Gonzalo Higuaín festeggia lo scudetto, il sesto di fila, della Juventus (Lapresse)

Gonzalo Higuaín festeggia lo scudetto, il sesto di fila, della Juventus (Lapresse) - LaPresse

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La Signora ha 120 anni e li porta benissimo, si è appena laureata campione d'Italia per la sesta volta consecutiva - record storico - e andrà nel Galles il 3 giugno per giocarsi il titolo europeo con il Real Madrid, vincitore della Liga di Spagna poche ore dopo la festa torinese.

Che diremo di Allegri, se riuscirà nell'impresa? Lo chiameremo Allegrone? Usciamo dalle celebrazioni per dare a Max quel ch'è di Max. Nonostante l'abbia spesso pizzicato per scelte non condivisibili come il turnover, e anzi proprio per questo gli devo un applauso a scena aperta: ha innanzitutto azzerato la mania del modulo, idea fissa di chi ha poche idee e addirittura si nega successi per integralismo, muovendo invece la sua Juve sulla scacchiera ogni volta con sorprendenti mosse vincenti; Allegri, senza voler dettar legge né insegnare alcunché ai rivali, ha dedicato una Juve diversa ai tre diversi compiti affrontati: al campionato la squadra classica dalla difesa praticamente imbattibile, Barzagli Bonucci e Chiellini davanti al mito Buffon, Khedira solidità del centrocampo, Dybala tecnica e fantasia al servizio di un attacco ricco e forte dove ancora più di Higuaín ha esibito una generosità straripante Mandzukic, la versione juventina dell'Eto'o mourinhano; alla Coppa Italia, a partire da Neto, la formazione/varietà del momento; alla Champions il meglio del meglio, ovvero la squadra più forte resa eccellente - e se n'è accorto il Barcellona - dagli innesti di stagione, Higuaín, Pjanic e Dani Alves, l'arma segreta che Iniesta rimpiange.


Verrebbe da dire: oh quanto diverso, il Max, da quello che il Milan licenziò in una notte di follie sassuoliane, ma non è vero, non è giusto, perché il mister inviso a Barbara Berlusconi lasciò quel Milan ch'era ancora - e per l'ultima volta - in Champions. Naturalmente è la Juve che gli ha permesso di costruire una squadra quasi perfetta, è una società esemplare che riesce a trovare il giusto Allegri dopo aver perduto il Conte Furioso, è lo staff quasi infallibile di Marotta che garantisce al tecnico i migliori rinforzi anche quando sceglie di cedere il mitico Pogba e lo sostiene nei momenti difficili, quando ad esempio gli consente di spedire in tribuna il leader della difesa Bonucci dopo una baruffa.

Il Triplete è ancora un sogno ma è bella realtà il successo già colto da Andrea Agnelli e dedicato al cugino-Fiat ma soprattutto al padre Umberto e allo zio Gianni che un giorno, vinto tutto quello che c'era da vincere, ha chiesto di regalargli il Sesto per sottrarsi alla condivisione del Quinto con l'odiamato Toro. E questo è il calcio, ragazzi.

(La versione integrale dell'articolo di italo Cucci su Avvenire di domani, martedì 23 maggio)


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