martedì 21 maggio 2013
COMMENTA E CONDIVIDI

E venne il giorno che tutti temevano: quello in cui, dopo l’8 settembre ’43, i tedeschi circondarono la caserma di Parma. Costrinsero tutti – ufficiali e soldati semplici – a mettersi in marcia. Chilometri a piedi, in colonna, direzione Mantova, verso tre campi di concentramento: al Gradaro, vicino al cimitero ebraico, alla caserma San Martino. Intanto la notizia si spargeva per la zona, precedeva la colonna in marcia, arrivava a Mantova, entrava nelle case e seminava il panico. A tremare di paura c’era anche Lina Cremonesi, incinta al settimo mese del primo figlio. Suo marito, il soldato semplice Luigi Faroni, era in mezzo alla colonna dei disperati, con le armi tedesche puntate addosso. Lina si sente male, chiama la sorella maggiore Emma, la avvisa del pericolo e le chiede aiuto. Si sa che i soldati italiani prigionieri entro pochi giorni dovranno partire per la Germania, deportati. Tanti sono della zona e a Mantova non c’è donna che si senta estranea. Emma non aspetta un minuto: inforca la bicicletta, parte dalla sua casa di San Silvestro e corre davanti allo stabilimento militare vicino al cimitero ebraico. Vede Luigi in lontananza, ma le sentinelle tedesche non la fanno avvicinare. Capisce che i soldati italiani sono affamati, di cibo ne ricevono poco. Molti, intorno a Emma, si mobilitano: chi prepara una minestra, chi raccoglie il pane, chi riempie i bottiglioni di vino. Il coraggio delle donne mantovane in questo e in altri frangenti del periodo di occupazione nazista è rimasto agli atti: nel 2005 il presidente Ciampi attribuì alla città una medaglia di bronzo al valore civile proprio per l’aiuto che le sue abitanti offrirono ai prigionieri che transitavano nei campi di raccolta prima di partire per la Germania. In prima linea anche un sacerdote molto amato a Mantova, don Arrigo Mazzali, poi diventato arciprete della cattedrale. Una ex mondina, Giuseppina Rippa, l’11 settembre fu uccisa da una raffica tedesca mentre gettava del pane ai militari italiani incolonnati. Ormai sono poche le donne rimaste per raccontare quello che può ben considerarsi un episodio di resistenza civile che coinvolse decine di persone, donne soprattutto. Emma Cremonesi è una di loro: nel dicembre scorso ha compiuto 99 anni, vive con la figlia ancora nella stessa frazione di Curtatone, dopo aver lavorato per 73 anni come governante per famiglie borghesi della zona. Dunque, Emma quel giorno di inizio settembre del ’43 inforca la bicicletta, attacca un carrettino, lo carica di pentoloni e bottiglie e parte, lei sola, minuta eppure indomita, vincendo la paura anche degli altri. «Sono corsa lì così com’ero, come una zingara, credo che fossi perfino scalza – racconta ora, lucida e tranquilla, nel salotto della casa di San Silvestro –. Sono andata fino al cancello del campo, la sentinella mi ha puntato il fucile addosso, poi però mi ha sorriso e mi ha aperto. Non mi ha lasciato entrare, ha preso il pentolone di minestra e l’ha travasato in altri contenitori più piccoli». Emma Cremonesi quel viaggio in bicicletta l’ha fatto due e più volte al dì per tutto il periodo in cui gli italiani sono stati prigionieri nel campo di transito. «Avevo imparato a conoscere le sentinelle: ce ne erano di più giovani e di più severe. Una mi buttava dalla garitta i bottiglioni vuoti e si divertiva a vederli andare in frantumi». Faceva finta di divertirsi anche lei, in realtà era solo preoccupata che le sue pietanze arrivassero ai prigionieri. Oggi quei giorni sono lontani. Emma li ricorda tutti, uno ad uno. E per la prima volta li racconta. (la videointervista a Emma Cremonesi su www.avvenire.it (GUARDA QUI).

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: