lunedì 30 giugno 2014
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Fotografie, dipinti, pagine di giornale, immagini di propaganda. È il corredo iconografico che lo storico Emilio Gentile ha voluto per il suo Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo (Laterza, pagine 228, euro 18), una sintesi delle vicende della Prima guerra mondiale che porta l’impronta inconfondibile di questo autorevole studioso. «Nei miei lavori – spiega Gentile – le immagini non sono illustrazioni, ma materiali di ricerca. Nel caso specifico della Grande Guerra, mi premeva sottolineare la campagna di odio svolta dalla propaganda dei vari Stati. Il nemico è sempre presentato come una bestia, una creatura immonda da schiacciare. Ma anche le istantanee dal fronte sono decisive per cogliere l’umanità e la brutalità del conflitto. “Incredibile” è la parola che ricorre più spesso nelle testimonianze dell’epoca. Una generazione che si credeva ormai al sicuro, nella parte più potente e fiorente della Terra, si ritrova scaraventata nell’orrore delle trincee. Perfino gli storici hanno fatto fatica a cogliere l’importanza di questo elemento».Ora invece il dibattito sembra essersi spostato sulle responsabilità del conflitto.«Sì, quella sulle cause della guerra è una questione aperta e difficilmente risolvibile. Alcuni autori, specie di area anglosassone, tendono a enfatizzare il peso dell’Italia. Le nostre rivendicazioni coloniali, si dice, avrebbero contributo a incrinare un equilibrio già precario. Sarebbe stata Roma, insomma, ad avere il dito sul grilletto. La realtà è che tutti i Paesi europei avevano, in un modo o nell’altro, il dito sul grilletto, tutti volevano difendere oppure conquistare spazi di potere. E un’aspirazione del genere, un secolo fa, si esprimeva solo facendo ricorso alle armi».Il pacifismo non aveva voce in capitolo?«Il grande paradosso è che, all’altezza del 1914, la maggioranza delle nazioni che scende in guerra è governata da forze che, in via di principio, si proclamano contrarie alla guerra stessa. Eppure nulla viene fatto per scongiurare il conflitto. Perfino la Seconda Internazionale Socialista si dissolve quando entrano in gioco i valori patriottici, che finiscono per imporsi su ogni convinzione pacifista».In Italia che cosa succede?«Si verifica una doppia anomalia. Il primo fatto singolare si registra nel 1915, al momento dell’entrata in guerra. Negli altri Paesi la divisione fra interventisti e anti-interventisti viene a ricomporsi con l’inizio dei combattimenti, mentre in Italia questo non accade. Certo, la Grande Guerra è la prima esperienza collettiva vissuta da tutti i cittadini del Regno, indipendentemente dalle idee personali e dalle provenienze regionali. Sotto molti aspetti, è davvero l’ultimo atto del Risorgimento, anche se già durante la guerra la questione delle cosiddette “terre irredente” assume un connotato nazionalista e, in prospettiva, imperialista che risulta del tutto estraneo alla tradizione risorgimentale».E la seconda anomalia?«Si manifesta nell’immediato dopoguerra, quando a trionfare nelle elezioni politiche del 1919 sono il Partito socialista e il Partito popolare, vale a dire i due schieramenti che non hanno mai smesso di dichiararsi ostili alla guerra. Dopo Caporetto si era registrato un momento di patriottismo collettivo, ma al termine del conflitto questo atteggiamento è subito riassorbito. La lacerazione fra interventisti e anti-interventisti si ripresenta pressoché immutata, offrendo più di uno spunto polemico a quello che, da lì a poco, sarà il nazionalismo fascista».In che cosa, allora, la Grande Guerra segna uno spartiacque?«Nel fatto che, dopo quella carneficina, viene meno il significato etico precedentemente attribuito ai conflitti armati, intesi come qualcosa che prima o poi deve accadere, e che solo pochi illusi pacifisti insistevano nel deprecare. In questo la nostra coscienza si è veramente evoluta: oggi, diversamente da un secolo fa, non appena vediamo avvicinarsi il rischio di una guerra pensiamo immediatamente a come evitarlo. Questo progresso, purtroppo, ha avuto un prezzo».Quale?«Nell’Europa attuale i nazionalismi sono tutt’altro che sopiti, come dimostrano le vicende della ex Jugoslavia e, più di recente, dell’Ucraina. Sono fenomeni in parte diversi rispetto al passato, ma per certi aspetti ancora più insidiosi. A prevalere è ormai la logica delle piccole patrie regionali, nella direzione di un micronazionalismo che sostituisce all’autorità dello Stato la rivendicazione su base etnica. Su questo occorre vigilare oggi».
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