sabato 7 agosto 2010
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La sua vita, sino al 1992, era andata nella direzione che aveva programmato sin da ragazzo. «Ho studiato da commercialista perché ero convinto che il mio futuro sarebbe stato quello di gestire la fabbrica di mobili di famiglia». Ma poi la musica ha avuto la meglio. «A trent’anni ho venduto tutto, ho fatto la valigia, quella classica dell’emigrante, ho lasciato l’Argentina e con mia moglie sono venuto in Italia» racconta Marcelo Alvarez, che oggi fa il tenore. E alla grande dato che sulla sua agenda, «piena sino al 2015» racconta, ci sono la Scala e il Metropolitan, il Covent Garden e l’Opera di Parigi. Alvarez da piccolo aveva studiato musica, ma poi «avevo chiuso in un cassetto il diploma preferendo il karaoke e il piano bar a Verdi e Puccini». Una distrazione dal lavoro: «Cercavo di convincermi che fare il commercialista era la mia strada. Ma non ero felice» racconta il cantante che stasera sarà il protagonista all’Arena di Verona de Il trovatoredi Giuseppe Verdi con la regia di Franco Zeffirelli. Un ruolo impervio quello di Manrico in cui Marcelo, classe 1962, ha debuttato nel 2006 proprio in Italia, nella cosiddetta «fossa dei leoni» del Teatro Regio di Parma, perché, spiega «sono un kamikaze della lirica. Ma nell’era di Facebook e Youtube, dove un minuto dopo che hai fatto una cosa lo sa tutto il mondo, non ha senso debuttare di nascosto su qualche isola semideserta». Alvarez ha rischiato anche quando ha fatto il «salto nel buio proprio per cercare quella felicità che la fabbrica di mobili non mi dava. Mia moglie, vedendomi giù, mi convinse a rimettermi a studiare canto. Mi presentai da Liborio Simonella, grande voce dell’Argentina, che mi ascoltò e decise di darmi lezione: da Cordoba, la mia città, andavo a Buenos Aires, un viaggio di 12 ore». Era il 1993. Un anno dopo la svolta. «Venne in Argentina Giuseppe Di Stefano: feci di tutto per farmi ascoltare. "Mi ricordi me quando ero giovane. Canti con il cuore e di sicuro avrai una grande carriera" mi disse il grande tenore consigliandomi di partire per l’Europa. Lo presi in parola: ho venduto la fabbrica e sono sbarcato in Italia. E nel 1995 avevo già in mano il primo contratto con la Fenice di Venezia» racconta andando poi con la mente «alle molte difficoltà incontrate anche se ho avuto la fortuna di non sentirmi mai straniero: noi argentini siamo figli di italiani. Il problema più grosso? La burocrazia. Ora sono italiano al 100% e mio figlio di 12 anni è italianissimo» sorride sfoderando, poi, il suo orgoglio di padre: «Ha una bella voce. Ma sarà lui a scegliere ciò che davvero lo renderà felice».Per ora la musica padre e figlio l’ascoltano insieme: «Nell’iPod ho 1500 brani di musica anni Ottanta e Novanta, ma mi diverte anche quella della generazione di mio figlio. Niente classica perché non mi porto mai il lavoro a casa – scherza–, ma anche perché penso che faccia bene dimenticare l’opera fuori dal teatro per poi tornare a questo genere con più energia per renderla maggiormente credibile«. Che, poi, per Alvarez, è quello che serve alla lirica: «Oggi si taglia sulla cultura, ma non si toccano altri settori: i soldi ci sono, ma vengono investiti in operazioni d’immagine e, purtroppo, l’opera ormai non è più una bandiera dell’Italia» dice amaro, annunciando, poi di volersi impegnare in prima persona: «Ho cantato in tutto il mondo e ora ritorno a casa per rilanciare questo grande patrimonio: dopo le divergenze con la direzione artistica che mi hanno portato a cancellare il Don Carlo nel 2008, ora ho contratti sino al 2014 con la Scala. Ce la metterò tutta per dare al pubblico un attimo di felicità. La gioia più grande per un artista. Ma anche il rischio più pericoloso che, comunque, vale la pena correre».

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