mercoledì 11 agosto 2010
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Michele Serra è uno dei più noti giornalisti italiani: ironico, attento alle dinamiche sociali, capace di spaziare dalle banalità del quotidiano ai temi più delicati e complessi. Tutti i giorni la sua rubrica, «L’amaca», campeggia al cuore di una delle pagine più lette di Repubblica, quella delle lettere. Ma Serra è anche uno scrittore, un autore televisivo (Che tempo che fa) e per il teatro (La passione secondo Luca e Paolo, sguardo dissacrante ma non blasfemo sulla paura della morte e sull’aldilà), e deve la sua notorietà, soprattutto presso i non più giovanissimi, alla collaborazione con Tango e alla direzione di un’altra storia testata satirica, Cuore. Dichiaratamente «laico», gli abbiamo chiesto di riflettere sui temi del credere e del sacro. Con risultati, c’era da aspettarselo, non certo banali.Michele Serra, può descriverci le sue prime relazioni con la dimensione religiosa della vita? Ha ricevuto un’educazione religiosa?«Ho avuto un’educazione cattolica piuttosto formale. Catechismo, prima comunione e cresima. Ma la mia famiglia, anche se praticante, era di formazione laico-borghese. Niente parrocchia, niente scout, scarsa eco del Concilio Vaticano II che proprio in quegli anni stava scuotendo il mondo cattolico. Il mio "battesimo sociale" l’ho fatto da giovane comunista, non da cattolico. Dell’educazione cattolica rimane comunque il segno, anche da miscredente. Qualche preghiera ("Angelo di Dio, che sei il mio custode...") resta legata alla voce della madre. Più in generale, mi affascina il mestiere del prete: occuparsi degli altri».Qual è il suo rapporto con la Bibbia? La legge, come la considera, indipendentemente dalle sue scelte in materia religiosa?«Il mio rapporto con la Bibbia e le Scritture è molto scarso, quasi inesistente. La considero una lacuna culturale grave, ma ho una forma di diffidenza, quasi di pregiudizio, per il concetto di Libro con la maiuscola. La parola è un portato umano, se pensassi a Dio lo penserei silenzioso, il silenzio è perfetto, la parola imperfetta. La parola è manipolabile (e storicamente manipolata). È esattamente questa refrattarietà alle religioni del Libro che m’impedisce di essere cristiano, così come m’impedirebbe di essere musulmano. Capisco che il Dio incarnato debba anche parlare. Ma quando parla, e usa le nostre parole, deve arrendersi alla loro imperfezione: non credo a ciò che dice (o gli hanno fatto dire i suoi scriba), posso credere, piuttosto, in ciò che è».Il settimanale satirico da lei diretto, «Cuore», aveva deciso di dedicare – oltre vent’anni fa – uno spazio significativo alle modalità alternative di vivere la dimensione religiosa, con interventi, dibattiti, battaglie culturali… Qual era il senso di quell’operazione, dalle colonne di una rivista dichiaratamente di sinistra?«Non sono mai stato un ateo militante, mi sembra una forma speculare di clericalismo. Ho sempre avuto rispetto e interesse per le culture religiose e le forme di spiritualità. Cuore cercava di dare atto, confusamente ma spero generosamente, della infinita varietà dei linguaggi religiosi. Lo faceva anche in polemica aperta con il monopolio cattolico-romano. Fin da ragazzo mi colpiva pensare che a seconda di dove si ha la ventura di nascere, si ha la ventura di credere in un Dio differente. Questo a mio parere relativizza, e di molto, il concetto di fede, lo sottopone a variabili culturali, geografiche, sociali e storiche che trascendono ogni scelta e al tempo stesso la giustificano».Fra i suoi riferimenti culturali c’è Giovanni Guareschi, l’autore della celebre saga del sindaco Peppone e di don Camillo. Che messaggio potrebbe offrire quella saga oggi al nostro Paese?«È vero, amo molto Guareschi. Nel suo Mondo piccolo c’era una visione panica della natura, quasi divinizzata, che coinvolgeva tanto il prete quanto il sindaco comunista. Il fiume e la terra sono i parametri profondi dai quali sprigiona il senso di unità (nonostante l’antagonismo politico) dei personaggi. Ho ritrovato nei Cento chiodi di Olmi quello stesso sentimento di appartenenza a un destino che è insieme materiale e spirituale. Alla natura io mi inchino, non so se questa sia religione o un suo surrogato, ma è quanto mi basta per pregare, nella mia imperfetta maniera, e piuttosto di rado».Lei ha scritto un libro di racconti, «Cerimonie», uscito nel 2002, in cui viene messa in evidenza la necessità, per l’umanità, di possedere una dimensione rituale, indipendentemente dal riferimento soprannaturale (penso, ad esempio, al vecchio Saletti, che voleva pregare, ma non credeva in dio, rigorosamente minuscolo…). Vuole dirci qualcosa al riguardo?«Cerimonie era una piccola antologia di riti tentati. Alcuni goffamente, altri più compiutamente. Amo i riti e le cerimonie, sono il volto di una comunità. Mi piace leggere i libri di antropologia. Vivo nella costante nostalgia di una comunità: comunità è esattamente ciò che il nostro Paese non è più capace di essere».Per chiudere: si parla spesso del pluralismo religioso che sta caratterizzando l’Italia. Lo vede come un elemento di arricchimento sul piano umano e sociale o come un fattore di destabilizzazione e di conflittualità?«Entrambe le cose. La molteplicità dei culti, la loro promiscuità, è al tempo stesso un’evidente causa di conflitto e intolleranza, e un’occasione storica di comprensione e mutamento. Il sentimento di stagnazione, di "fine della storia" che tanto angoscia noi occidentali, facendoci sentire vecchi e senza destino, è smentito ogni giorno dal prodigioso tumulto di popoli, linguaggi, storie inedite che vengono a "disturbarci". Il razzismo, la xenofobia, la chiusura sono sintomi di una decrepita paura di mutare, e dunque di vivere. La curiosità dell’altro è attrazione per il futuro, è adrenalina, è tempo che ricomincia a camminare. Almeno su questo terreno (che è decisivo) confido nell’universalità del messaggio cristiano, del quale la Chiesa dovrebbe dare accanita testimonianza. Niente è più ridicolo e innaturale del richiamo alle radici cristiane come formula di chiusura, come identità da brandire. Nessuna identità davvero forte può essere un’arma. Un’identità davvero forte non teme il confronto, la contaminazione, il cambiamento».
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