giovedì 14 settembre 2017
Dal 28 settembre nelle sale «Una famiglia», a Venezia pressoché ignorato dalla critica, forse perché affronta il tema tabù del «mercato dei figli»
Sebastiano Riso, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel  (Lapresse) al Festival del cinema di Venezia

Sebastiano Riso, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel (Lapresse) al Festival del cinema di Venezia - LaPresse

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«Questo film ha creato polemiche. Noi l'abbiamo girato per smontare un fenomeno, non per cercare consenso». A parlare è Sebastiano Riso, il regista italiano in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, appena conclusa, con «Una famiglia», di cui è anche co-sceneggiatore, prodotto da Indiana Production con Rai Cinema e distribuito nelle sale da Bim il
28 settembre
.

Una pellicola sottovalutata dalla critica cinematografica al Lido, ma che ha il pregio, pur nella sua durezza visiva e nella complessità delle posizioni non tutte condivisibili, di porre al centro il corpo della donna e il tema della maternità violata. A partire dalla drammatica e taciuta realtà del commercio illegale di bambini. «Esiste un mercato nero dei bambini anche in Italia, come in molti Paesi del cosiddetto terzo mondo, che si tiene in piedi grazie a una fortissima richiesta. Prova ne sono le numerosissime inchieste che si sono susseguite in questi anni, dal Nord al Sud Italia» ci spiega il regista che, grazie alla consulenza del procuratore della Repubblica Raffaella Capasso, ha avuto accesso a materiale relativo a casi già chiusi di quando era alla Procura di Santa Maria Capua Vetere.

La protagonista è Maria, il corpo emaciato e il volto disperato dell'intensa Micaela Ramazzotti. Ha 35 anni ed è compagna di Vincenzo, cinquantenne francese dal passato burrascoso interpretato con piglio canagliesco da Patrick Bruel. Una coppia apparentemente normale, che vive appartata nella periferia di Roma, ma che nasconde un segreto: i due concepiscono i loro figli per venderli a coppie che non possono averne e che sono disposte a pagare decine di migliaia di euro sul mercato clandestino. Vincenzo, prepotente e manipolatore, usa la compagna come una incubatrice; lei fragile, succube e consumata dal senso di colpa per avere già dato via cinque figli, di fronte all'ultima gravidanza cerca, inutilmente, di convincerlo a tenere il bambino e a formare una famiglia.

La cinepresa di Riso sprofonda senza sconti in questo inferno privato, soffermandosi sullo strazio fisico e mentale di Maria. «Non è un film sulla maternità surrogata, l'utero in affitto o le adozioni – ci spiega il regista –. Noi volevamo indagare le dinamiche di dipendenza totale di una coppia che sfociano in cose terribili».

La storia, però, intreccia tematiche così scottanti e urgenti che risulta inevitabile porsi domande serie su quali drammi umani si nascondano dietro ai tanto proclamati "diritti" alla genitorialità. Il regista Riso, omosessuale e a favore delle adozioni gay, ha il coraggio di scoperchiare la realtà di un mondo in cui sono violati i diritti dei deboli, ovvero le madri naturali e i loro figli. Complici medici senza scrupoli che fanno da intermediari, come il mellifluo ginecologo interpretato da Fortunato Cerlino. «Una figura
che si ispira proprio alle inchieste – aggiunge il regista –. Ci sono medici che circuiscono famiglie povere o ragazze madri proponendogli di vendere i figli a "benefattori"». Disposti a pagare anche 80mila euro, come Giorgio e Federico, coppia omosessuale che però rispedisce al mittente il neonato appena strappato a Maria perché è gravemente malato di cuore e forse morirà.

Una scena coraggiosa ma criticata da una parte della comunità gay. «Sono stato accusato di non difendere la comunità – racconta amareggiato Riso –. Ma per senso di colpa le coppie gay sono sempre raccontate nei film e nelle fiction in maniera edulcorata. Invece ho voluto mostrare gli omosessuali come persone. Anzi, mi sono messo a nudo raccontando cosa farei io, ammettendo la mia fragilità».

Una battuta del film critica la legislazione italiana sulle adozioni, che per il regista alimenterebbe il mercato nero. «Quando non si viene protetti, la criminalità lo capisce e ci si infila. Nel mio film mi riferisco sia agli eterosessuali, per cui quella delle adozioni è una pratica burocratica difficilissima, sia agli omosessuali e ai single, per i quali è vietata. Il film sospende i giudizi, non diamo risposte, ma stimoliamo il pubblico a cercarle» aggiunge Riso. Comunque la si pensi, le motivazioni di chi è disposto a comprare i figli degli altri si annullano nel film di fronte alla forza sconvolgente del dolore della madre naturale. «Voi siete fortunati perché potete comprare tutto» dice dolente ai due "acquirenti" Maria, che sa che suo figlio non lo potrà più vedere. «Su un legame così profondo e importante tra una madre e un figlio tutti ci dovremmo interrogare . Fermiamoci e parliamone – aggiunge il regista interpellato anche sulla pratica dell'utero in affitto nei Paesi poveri –. Il corpo della donna paga un prezzo altissimo. Metterlo al servizio dei propri bisogni in cambio di soldi ci rende corresponsabili. Il corpo della donna ha un valore etico, qualsiasi sfruttamento ha dietro un crimine».

Il corpo di Maria è consunto e malato, filmato dal regista con insistito sguardo di pietà, a tratti insostenibile. «Le donne che hanno fatto più gravidanze sono considerate come cavalle vecchie, aumenta la possibilità che nascano figli malati» aggiunge Riso che mette in scena anche il raggelante raggiro di Vincenzo nei confronti di una ragazzina sbandata per trasformarla nella sua nuova "fattrice". Ma Maria, di fronte al destino del piccolo rifiutato da tutti, reagirà da leonessa, diventando finalmente madre. «Avviene un risveglio di coscienza. Si rende conto di avere sbagliato tutto. E nel momento in cui capisce diventa libera – conclude Riso –. Il mio augurio per tutte le donne è che siano loro stesse a trovare la forza di opporsi alla violenza e all'abuso».

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