giovedì 23 maggio 2013
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​Sociologa delle emozioni e della cultura, Eva Illouz insegna all’Università ebraica di Gerusalemme. I suoi lavori s’interessano a come il capitalismo crei mercificazione, anche nell’ambito privato ed emozionale, ma anche nuove norme sociali e morali. Nel suo ultimo libro Perché l’amore fa soffrire (pubblicato in Francia da Seuil e presto in Italia per il Mulino) ricostruisce brillantemente, a partire dal tema dell’amore, del matrimonio e dei rapporti tra uomini e donne, una lettura globale del capitalismo e della modernità.Il suo ultimo libro mostra che la sofferenza amorosa ha radici sociali e non solo psicologiche. Perché non ci è evidente?«Oggi esiste una credenza profondamente radicata, secondo la quale le nostre disgrazie amorose sono il frutto diretto della nostra storia psichica. La vulgata freudiana, nella quale siamo immersi dalla fine della Seconda Guerra mondiale, ci ha abituati all’idea che la causa dei nostri insuccessi amorosi stia in noi, nella nostra storia personale, nel nostro inconscio… Ho voluto contestare tale visione. Mi sembra urgente affermare che gli insuccessi delle nostre vite private non sono (o non solamente) il risultato di personalità psichiche fragili ma sono anche il prodotto delle nostre istituzioni, delle tensioni culturali e sociali della modernità, delle evoluzioni dei rapporti sociali tra uomini e donne, dell’emergere di un nuovo “mercato dell’amore”, e anche dei valori che ci sono più cari come la libertà».L’individualismo rende gli individui estremamente vulnerabili in amore. Perché?«Nell’Europa pre-capitalista uomini e donne si incontravano in un universo in cui erano emozionalmente e moralmente protetti dalla presenza del gruppo. C’erano codici condivisi dell’incontro e dell’impegno amoroso. Fare la corte a una donna aveva rituali ben chiari. Quel protocollo aveva l’effetto di strutturare la vita emozionale, di regolare le emozioni e di diminuire l’incertezza. Nel modello tradizionale se un uomo fa la corte ma non s’impegna e se ne va, è universalmente condannato: dalla donna, da chi gli sta intorno e da lui stesso che sa di avere commesso uno sbaglio. Tale chiarezza morale è scomparsa dalle relazioni amorose, e questo ci rende molto più vulnerabili».Oggi predominano rischio e incertezza.«Ormai la relazione amorosa è definita, se così posso dire, dall’incertezza e dal senso del rischio. Non si sa che cosa si prova, non si sa che cosa prova l’altro e, ancora più interessante, non si sa quali saranno i segni dell’amore e dell’impegno, per sé e per l’altro. Esistono sempre, certo, casi in cui si sa molto chiaramente che si è, o non si è, innamorati. Ma se si escludono questi due estremi i rapporti sono vissuti completamente sotto il segno dell’incertezza. Il sociologo Ulrich Beck ha parlato di “caos delle relazioni amorose”. È una formulazione giustissima, perché l’amore è diventato un ambito nel quale non c’è più alcuna regola. Certo, le si può esigere, ma è evidente che ci si può presto ritrovare a esigerle da soli…».Qualcuno dirà che la sofferenza amorosa è sempre esistita. Che cosa distingue la sofferenza amorosa moderna?«Io non sostengo che la sofferenza amorosa sia un fenomeno inedito, ma che esiste qualcosa d’inedito, sul piano qualitativo, nell’esperienza moderna della sofferenza. Per esempio, oggi la sofferenza amorosa è percepita come un’esperienza che minaccia l’integrità dell’io degli individui, perché l’amore ha assunto un ruolo schiacciante nella costruzione dell’autostima nelle nostre società. È l’amore a darci il senso del nostro valore».Quello che lei descrive, in fondo, è l’emergere di un «mercato dell’amore»?«Sì. La grande trasformazione degli incontri amorosi è il risultato della loro deregolamentazione, di un processo di “disconnessione” dell’incontro amoroso dai quadri morali tradizionali che lo regolavano. Si è messa in atto un’intensa competizione per tutto ciò che riguarda l’incontro amoroso. Non tutti gli individui hanno le stesse competenze per affrontarla. La libertà sessuale è simile alla libertà economica: organizza, inquadra e legittima le disparità».Senza rimetterla in discussione, lei mostra che la rivoluzione sessuale non ha mantenuto le sue promesse. Perché?«Il femminismo si è sbarazzato delle sovrastrutture di potere senza toccare le infrastrutture. Nella società patriarcale c’era anzitutto simmetria tra uomini e donne, perché cercavano entrambi di sposarsi. In quel regime tradizionale l’uomo si definiva attraverso il controllo che esercitava su una donna e sui figli, e vuole propagare il suo nome. Per gli uomini il matrimonio molto spesso era anche l’operazione finanziaria più importante della vita. Dunque un tempo l’uomo voleva un matrimonio e una famiglia tanto quanto la donna. Questa situazione si è radicalmente trasformata nella seconda metà del XX secolo. Il capitalismo ha fatto uscire gli uomini dalle famiglie e ha permesso loro di guadagnarsi da vivere all’esterno. Li ha resi meno dipendenti dalla sfera privata. A questo si aggiungono gli effetti della rivoluzione sessuale degli anni 1970. Ormai gli uomini hanno libero accesso alla sessualità senza passare attraverso il matrimonio. Tali trasformazioni sono motivo di disparità, perché le donne continuano a desiderare dei figli e una famiglia stabile. Altri fattori accentuano tale disparità: gli uomini non devono sottostare all’orologio biologico, hanno adottato una sessualità seriale meno impegnata emotivamente, hanno maggiore possibilità di scelta (donne più giovani, più anziane). Hanno più potere, perché il potere è legato a una maggiore capacità di scegliere».In che misura crede alla possibilità di riagganciare l’etica alla libertà amorosa e sessuale?«Non lo so e non perché non vi abbia riflettuto. Ho difficoltà a credere che si possa andare verso un secondo umanesimo dell’amore, come propone il filosofo Luc Ferry. Ciò implica la possibilità di sacralizzare l’altro, ma è proprio questa possibilità che ci manca. L’autonomia, la libertà, la scelta creano qualcosa che assomiglia al relativismo emozionale. Come limitare questo processo, lo si può limitare? Non lo so, perché non si può ritrattare il valore della libertà. La libertà sessuale ha un aspetto che spesso non si vuol vedere: si strumentalizza l’altro. L’altro diventa un mezzo per il mio piacere. È quello che Kant ci vietava: trattare l’altro come un mezzo. Inoltre rende più difficili virtù tradizionali quali la costanza, la lealtà, la capacità di sacrificarsi… Weber è il primo sociologo ad averci resi diffidenti di fronte alla libertà moderna, dicendo che è anche una “gabbia di ferro”. La sua visione della modernità ha una struttura tragica. Weber ha la sensazione che si siano perse cose che non si potranno più recuperare e che ci si debba rassegnare, stoicamente, a tale perdita».Quale può essere il ruolo delle morali, religiose o meno, che continuano a tenere unite etica e vita amorosa?«Credo che sia essenziale un dialogo tra tutte le componenti della società. Bisognerebbe che parlassero insieme femministe, persone religiose, laici. Da sociologa, il mio ruolo è quello di chiarire i termini del dibattito, che si deve tenere nella società civile. Non dirò mai che le morali tradizionali non hanno nulla da portare, anzi». (traduzione di Anna Maria Brogi, per gentile concessione del quotidiano «La Croix»)
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