venerdì 1 aprile 2016
COMMENTA E CONDIVIDI
La filosofia ha sempre portato con sé una segreta promessa: quella di conoscere il significato della realtà nella sua interezza. Ci sono state epoche in cui questa promessa era compiuta (o si pensava di poterla compiere), ed epoche in cui essa è restata senza compimento, a volte perfino contraddetta o negata. La nostra è un’epoca di questo secondo tipo: ma l’interessante è che, nonostante oggi una persona ragionevole dovrebbe ritenere impossibile raggiungere il senso totale delle cose, potrebbe al tempo stesso scoprire che da quella promessa non ci si può schiodare. Sia che il mondo ci mostri un senso totale, un “logos” che connetta in sé tutte le cose; sia che il mondo ci si manifesti fratto e scheggiato, nell’inevitabile frammentazione del significato, la totalità resta come un magnete che continua ad attrarre la nostra ragione, e che suscita continuamente le sue domande. Non solo dunque all’interno di quadri o sistemi totalizzanti (come nel razionalismo moderno, sino all’idealismo, al positivismo e al marxismo, almeno nella sua matrice materialistico-dialettica), ma anche quando tali sistemi vengono a crollare, si riaccende la promessa dell’intero. Viene alla mente la mossa umana e teoretica di Cartesio, che all’inizio del suo Discorso sul metodo racconta di tutta l’insoddisfazione generata in lui da un pur brillantissimo percorso formativo sotto l’ala della filosofia “scolastica” al Collegio gesuita di La Flèche, che tutto gli aveva dato, però, meno una strada per raggiungere la certezza del reale, per cui egli, mosso dal «desiderio estremo di saper distinguere il vero dal falso», lascia gli studi e parte alla scoperta del «gran libro del mondo» (che di lì a poco lo deluderà anch’esso). Oppure Kant, che all’inizio della Critica della ragion pura afferma che la nostra ragione è inquietata da domande a cui non può rinunciare - quelle sulla totalità del mondo, sulla sostanza del proprio io e sull’esistenza di Dio: in una parola le domande sull’«incondizionato», ma alle quali non può neanche dare risposta perché eccedono i confini della sua conoscenza. O Nietzsche che, proprio nel momento in cui sta decostruendo il concetto stesso di verità ereditato dalla tradizione platonica e cristiana, come un’illusione e una menzogna, si chiede - con «rabbia» - da dove mai provenga «questo impulso verso il vero e il reale, il non parvente, il certo» ( La gaia scienza). Insomma, la totalità in filosofia è un ospite davvero inquietante: e uso non a caso il termine adoperato ancora da Nietzsche per definire il nichilismo della nostra epoca, che ha a che fare proprio con la possibilità o impossibilità di cogliere un senso ultimo delle cose. Basti pensare (solo due esempi da tradizioni e àmbiti ben diversi tra loro) da un lato alla crisi dei fondamenti della matematica decretata nel 1931 dai cosiddetti teoremi di incompletezza di Gödel, e dall’altro alla denuncia avanzata da Lévinas della violenza insita in ogni pretesa di totalità” del discorso filosofico sul “logos”. Eppure, per cosa si studia in fondo la filosofia a scuola, se non per imparare a pensare e a domandare di un senso che leghi le cose tra loro e che - tendenzialmente - miri all’intero? Questo non vuol certo dire che il nostro pensiero riesca a produrre o a gestire la totalità, ma solo che la sua ricerca costituisce (come ha scritto Kant) l’ideale regolativo di ogni nostra conoscenza finita, parziale o frammentaria. Insomma non sarebbe una nostra conoscenza, se non portasse in sé la tensione ad un orizzonte più vasto, senza del quale anche il particolare perderebbe il suo senso relativo. E senza del quale la nostra stessa immaginazione, la nostra creatività, oltre che il nostro giudizio e la nostra azione morale e sociale, si esaurirebbero nella breve spanna della loro particolarità. Una delle ultime chances di questa tensione sembra giocarsi oggi nella multidisciplinarietà o meglio nell’interdisciplinarietà, estremo tentativo di ricomporre, per come si riesce, l’orizzonte del senso, seguendo il filo che collega o potrebbe collegare ad esempio le diverse materie che si studiano a scuola. Oggi l’insegnamento della filosofia deve in qualche modo farsi carico di questo percorso, cercando di porre, all’interno di una disseminazione dei saperi, la domanda circa la loro genesi e la loro direzione. Per questo il percorso della filosofia non può che flettersi nella voce dei letterati, nell’espressione degli artisti, nella misurazione degli scienziati. E deve scoprire le sue contiguità con le scienze umane, prime fra tutte la psicologia, la pedagogia e l’antropologia, sino alla verifica della politica e della cittadinanza. Non perché la filosofia passa ancora ambire al carattere di “ricapitolazione” di tutte le scienze e le discipline, ma al contrario perché essa è quella “pratica” che inquieta tutte le altre, incalzandole a dare ragione di sé nella prospettiva dell’orizzonte di senso dell’esperienza umana. Questo senso infatti non può essere deciso a priori, dogmaticamente o ideologicamente, né può essere ridotto ad un puro «al di là» dei saperi particolari, ma va riconquistato dentro ciascuno di essi. Solo se ogni sapere e ogni pratica porrà la domanda radicale sul suo senso specifico, potrà con ciò stesso gettare i ponti per un dialogo e un ascolto con gli altri. E l’interdisciplinarietà potrà far rinascere il gusto di quella nascosta promessa che sta al cuore della nostra ragione. © RIPRODUZIONE RISERVATA
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: