martedì 4 gennaio 2022
Un testo inedito dello scrittore recentemente scomparso svela i segreti dei suoi "parlamenti buffi" e tesse un elogio dell'illustrazione per bambini, una forma di grande arte
Lo scrittore Gianni Celati

Lo scrittore Gianni Celati - Andrea Merola/Ansa

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Pubblichiamo un testo inedito dello scrittore, traduttore e critico letterario Gianni Celati, scomparso nella notte tra il 2 e il 3 gennaio. In occasione del G20 per la Cultura, promosso dal ministro della Cultura Dario Franceschini, a Roma, nel mese di luglio, Celati aveva risposto, commentando positivamente l’evento della Capitale e affidando un testo rivolto alla rivista “Amica Sofia”, diretta da Dorella Cianci ed edita per i tipi di Rubbettino. Pubblichiamo alcuni passaggi di quel testo, dedicato a Calvino e alla letteratura per l'infanzia, che verrà pubblicato integralmente sul prossimo numero della rivista.

I miei “parlamenti buffi”

Finalmente un G20 sulla Cultura, anche se avrei desiderato ascoltare maggiormente le voci degli autori al posto degli editori, le voci dell’arte che sovrastano le leggi di mercato, senza ovviamente escluderle. Gli scrittori oggi devono condurre nelle “cantine” dell’immaginario, come è stato scritto un tempo proprio su di me. Oggi un giovane autore deve prendere coscienza del fatto che il tempo è andato in frantumi, come diceva con disincanto Calvino, ma questo non significa non lasciarsi trascinare da altri incanti, da scritture più rapide e spesso ripide, come ho tentato di fare in “Parlamenti buffi”, in particolare nella “Banda dei sospiri” o nel “Lunario del Paradiso”.

I “parlamenti”, alla maniera in cui li ho intesi, hanno una struttura ben definita, senza esser racchiusi da questa e le narrazioni scorrono lungo traiettorie ben precise, senza lasciarsi imprigionare dalla cornice che li conduce. Uno scrittore post novecentesco deve conoscere bene la callida iunctura di Orazio, deve conoscerla nella sua straordinaria e classica attualità, dove il ‘novellare’ ha uno stile fintamente casuale, ma intrinsecamente causale (direi quasi velatamente). Bisogna saperci fare davvero per dare l’impressione che il ‘dopo’ non sia saldamente legato al ‘prima’, mentre ovviamente è congiunto a doppia mandata. Spesso però gli editori non apprezzano questo stile rapido, già esaltato dai più grandi, o non sanno riconoscerlo o ritengono indegni i “parlamenti” quotidiani […].

La grande letteratura, invece, si trova spesso nei sottogeneri, nel residuale. I giovani autori, e di conseguenza i freschi lettori, scevri dai condizionamenti, devono essere in grado di perdersi nel testo e nei labirinti arcaici della fantasia, che rende tutto possibile. Ho detto questo stesso concetto, come forse ricorderete, anche se in maniera più complessa e articolata, sul Caffè, rivista che ospitò il battagliero Manifesto dell’invettiva; lo spunto, allora, era la discussione sui “Nove nonsensi” di Lewis Carroll, tradotti in ottosillabi italiani e illustrati con immagini di Antonio Faeti.

Se Carroll, come si sa, ha rappresentato un riferimento decisivo per tutti gli autori del genere, non stupisce che proprio il padre di Alice, vero pilastro della letteratura per l’infanzia, e spesso banalizzato nelle accademie, sia il dedicatario dell’omaggio grafico del grande Faeti, autore di tavole in cui il profilo di un burbero anziano (forse addirittura Darwin) assiste, inerme, alle incongrue visioni che avevo sillabato.

Un bambino deve poter intuire che esiste sempre qualcosa di inspiegabile per tutti, perfino per i Padri della Scienza. Non è un atteggiamento antiscientifico, (figuriamoci…), ma un volo doveroso della fantasia, che rende quella famosa Alice un po’ spaesata e un po’ matematica. Esattamente come siamo noi tutti, in particolare da bambini, “pendolari” fra la realtà e il sogno. Quando il pendolarismo termina, termina anche la nostra capacità relativa al poiein aristotelico.

Chi vuol scrivere qualcosa per bambini dovrebbe prendere fra le mani Guardare le figure. Gli illustratori italiani dei libri per l’infanzia, libro che seppe lasciare a bocca aperta anche uno dei più grandi costruttori di immagini in movimento come Federico Fellini. I miei “parlamenti buffi” si sono nutriti innanzitutto di arte ed è esattamente quello che fece Ariosto, Swift, Carrol, ma anche Rodari, Calvino.

Erano quasi gli anni ’70 quando, a Bologna, fu inaugurata la mostra, nella Galleria 42, "Kindertraumdeuntung", la prima personale, con il titolo tedesco, proprio di Faeti ed è qui che ideai, quello che per molto tempo è sembrato essere un manifesto per scrittori: Il Qui e l’Altrove, in cui volli proporre una mia visione circa quell’interpretazione dei sogni dei bambini, che andava un po’ a braccetto con Freud e un po’ con Propp e le sue teorie fiabesche. Con le immagini di Faeti e la mia prefazione, inoltre, invitavamo alla riconsiderazione di Cèline, il grande autore e abitatore del sottosuolo, in cui trovano rifugio le streghe dell’inconscio. Quelle illustrazioni di Faeti insieme ai testi di Cèline si muovono al confine con la Letteratura dell’infanzia e la Pop Art: questo consiglio binario dovrebbe essere al centro degli interessi degli autori per bambini, oggi, ma oserei dire, di quasi tutti gli scrittori.

Al G20 direi questo. Tutti i tempi del mondo hanno conosciuto le epidemie, ma solo la nostra epoca non ha saputo trasformare i lutti in arte, la squallida realtà in narrazione tragica ed elevata. Perché? Perché siamo poveri di figurinai alla Faeti o di illustratori ben noti come quelli dei libri di Collodi e di Salgari. Abbiamo necessità di tornare a quell’arte o perlomeno di riprendere in mano volumi come I tesori delle isole non trovate, insieme a capolavori come Le città invisibili. Personalmente, in questi giorni, sto rileggendo Benjamin e il suo studio filosofico sulle figure dell’infanzia. Questo saggio lo consiglio a ogni scrittore, perché è ancora tutto da interpretare.

* Il testo è stato concesso e ridotto da D.Cianci

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