giovedì 14 dicembre 2017
Presentato il nuovo numero della rivista “Oasis”
In cerca di un dialogo con i musulmani

Chi parla per i musulmani? Siapre con questa domanda (che è anche un titolo) la presentazione - alla libreria Open di Milano - del numero 25 di Oasis, rivista semestrale dell'omonima Fondazione, nata con l'intento di approfondire il rapporto tra cristiani e musulmani in una costante che abbia al suo centro una forma di dialogo interculturale. Una domanda che non solo ne racchiude e ne esplora di più specifiche, ma ha la forza e la capacità di riunire allo stesso tavolo Abdellah Redouane, Segretario Generale del Centro Islamico Culturale italiano, il vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo, l'educatrice interculturale Marwa Mahmoud e Alessandro Ferrari, professore all'Università dell’Insubria, per parlare di Islam italiano, del rapporto con le istituzioni e del concetto di leadership in una comunità di credenti i cui contenuti sono compositi a livello interpretativo.

La domanda, inoltre, esplora contenuti politici, nel senso più ampio della parola, in un'agenda contemporanea che preveda un confronto con l'Europa, con i suoi interlocutori e le istituzioni: «A livello locale - osserva il vicesindaco Scavuzzo - la vocazione è ribaltare la chiave di lettura attraverso il riconoscimento di differenti reciprocità con le diverse esperienze religiose, non come meccanismo inclusivo, ma come parte della pluralità della città. L'obiettivo è riuscire a creare una condivisione positiva, che sia patrimonio di tutti. Immaginate una città come Parigi, Londra o New York che non abbia questo riconoscimento. Sarebbe incomprensibile rispetto al clima percepito e vissuto dai cittadini. La vocazione di Milano è in questo solco».

Si parla anche di guida, autorità, interlocutore. Ma il singolare va contestualizzato: «Nell'Islam -spiega Abdellah Redouane - non c'è un'autorità religiosa in senso gerarchico. Per questa ragione non è possibile calcare il modello cristiano, ma va trovata un'intesa tra comunità e istituzioni». Lo Stato ha quindi un ruolo chiave, ma in questo momento storico, in una società il cui rapido cambiamento di connotati sta coinvolgendo più agenti e fattori, non è facile vi sia un impegno concreto ad aprirsi in questa direzione: «E' un momento storico interessante - sottolinea Ferrari - perché il cambio di chiave di lettura è stato accompagnato da alcuni fatti: il muro di Berlino, le prime questioni sul foulard, l'attentato del 2001. Il concetto di libertà religiosa concepita a livello individuale torna a essere anche un discorso di sicurezza e ordine pubblico. Per questa ragione il 'Patto nazionale per un Islam italiano' firmato dal ministro dell'Interno è importante», anche per combattere un dato del Pew che ci vede tra i paesi più islamofobici d'Europa.

Un dato da contrastare attraverso iniziative che fungano da ponte, anche grazie a chi guarda ai giovani dal punto di vista dei giovani. E' il caso di Marwa Mahmoud e del suo lucido sguardo sul presente: «Chi sono questi giovani di cui si parla? Rientrano nei cinque milioni di migranti, ma di seconda generazione, quindi senza ostacoli linguistici o culturali. Sono italiani, con o senza cittadinanza, ma sono alla ricerca di riferimenti culturali e identitari. Conoscono gli articoli 3 e 8 della Costituzione. Sanno cos'è la libertà di culto e vogliono il riconoscimento di professare la loro fede senza vedersi vittimizzati e senza dover giustificare la loro identità, soprattutto all'indomani di un attentato». La vera domanda, allora, non è chi parla per i musulmani, ma chi parla con i musulmani.

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