sabato 7 maggio 2016
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La pagina perduta è sempre la più importante, specie quando è l’ultima. Della sesta e conclusiva “lezione americana” che Italo Calvino stava preparando poco prima della morte improvvisa nel settembre del 1985, per esempio, restano pochissime tracce. Si sa che sarebbe stata dedicata alla consistency, termine inglese che non è esattamente la nostra “consistenza” (i six memos, com’è noto, erano destinati a essere pronunciati davanti agli studenti dell’Università di Harvard) e che tra le figure convocate da Calvino ci sarebbe stato il Bartleby di Melville, il mite scrivano che “preferirebbe di no” e che alla fine, a forza di preferire e negarsi, si consegna a un misterioso, indecifrabile martirio. Indizi minimi, a partire dai quali Carlo Ossola allestisce l’indagine testuale posta al culmine di un saggio tanto breve quanto denso, Italo Calvino. L’invisibile e il suo dove ( Vita e Pensiero, pagine 124, euro 13: il volume verrà presentato al Salone del Libro di Torino, presso la Sala Blu del Lingotto, venerdì 13 maggio alle 12,30 in un dibattito al quale prenderà parte lo stesso Ossola con Giorgio Ficara e Gabriele Lolli). Erroneamente considerato come «un manifesto del centone post-moderno », il percorso calviniano che, prendendo le mosse dalla “leggerezza”, elogiava la “rapidità”, agognava all’“esattezza”, analizzava la “visibilità” e constatava l’evidenza della “molteplicità”, doveva dunque culminare in una virtù niente affatto effimera o volatile, quella consistency che – avverte Ossola – è fedeltà a un’intima convinzione e insieme firmitas aristotelica. È, in sintesi, la sotterranea coerenza su cui si basa l’edificio stesso del mondo così come lo descrive la fisica quantistica, non a dispetto ma in virtù dell’impercettibile moto oscillatorio di cui la stessa prosa di Calvino, in definitiva, si rivela espressione. Secondo Ossola, lo scrittore delle Cosmicomiche e delle Città invisibili «ci ha insegnato che paradosso e reversibilità sono il dono etico e politico che la letteratura ha fatto al XXI secolo, un dono che ci costringe a riscrivere la storia: dalla parte dei resti, delle necropoli degli sconfitti, dei senza nome e di quelli che, ancor oggi, vengono a bussare alla nostra storia, muta di risposte». Si tratta di un esito tutt’altro che scontato, se si prendono in considerazione le premesse da cui trae origine l’avventura calviniana, e cioè lo scrivere «svelto, a frasette brevi» di ingannevole osservanza neorealista consegnato all’esordio del Sentiero dei nidi di ragno. Lettore acutissimo, oltre che filologo di assoluto rigore, Ossola invita a riconoscere già nei racconti giovanili, e in particolare nel geometrico e spietato Ultimo viene il corvo, le avvi- saglie di quell’intelligenza dell’invisibile che sarà poi l’emblema del Calvino maturo. Il punto di svolta è segnato dall’impresa di raccolta e di rielaborazione compiuta sulle Fiabe italiane (siamo nel 1956, nel momento in cui si consuma la crisi che porterà Calvino a uscire dal Partito comunista). La riscoperta del fantastico si traduce in primo luogo nella fortunata trilogia dei Nostri antenati e da lì germina nella ben nota – eppure fraintesa – teoria della letteratura come ars combinatoria, elevata a sistema nel Castello dei destini incrociati (1973). Il merito maggiore del saggio di Ossola sta nella contestazione – sostenuta da una fitta rete di citazioni e sottolineature – dell’immagine convenzionale di un Calvino talmente padrone dei propri mezzi da saper ricondurre qualsiasi variazioni accidentale all’interno di uno schema preesistente, capace di riassorbire perfino le conseguenze di una calamità tipografica (è l’idea da cui trae spunto l’assemblaggio di romanzi diversi in Se una notte d’inverno un viaggiatore, 1979). Per Ossola il vero Calvino è, al contrario, l’osservatore ammirato di una realtà inafferrabile e cangiante, straordinariamente simile al Re in ascolto dell’apologo trasformato in opera lirica da Luciano Berio. Episodio in apparenza marginale, ma che permette di individuare la categoria caratteristica di Palomar (1983), involontario e precoce testamento dello scrittore, nel quale quietamente si susseguono gli esercizi di contemplazione – e, di nuovo, di ascolto – ai quali è dedito il protagonista. Ma non è questo il punto di approdo del libro di Ossola (breve e denso, si è detto, ma anche godibilissimo per trasparenza argomentativa), e non lo sono nemmeno le proverbiali Lezioni americane. Per il gran finale lo studioso torna su un altro Calvino celeberrimo, quello della Giornata d’uno scrutatore, per interrogarsi su quale sia la “Città” invocata dal narratore: l’utopica Città del Sole di Tommaso Campanella o l’escatologica Civitas Dei di Agostino? La risposta è sorprendente, nascosta com’è in una minuta che Calvino non ha mai trascritto in bella copia. Sì, l’allusione è ad Agostino, alla sua concezione del tempo come movimento del tutto analogo a quello che il vasaio imprime alla sua ruota. Di questo è fatta la realtà, ammonisce il vescovo di Ippona: della possibilità di scorgere anche «in un fatto modesto» la legge che governa il piccolo e il grande. A sentire una frase come questa, anche il signor Palomar si staccherebbe un attimo dalle sue stelle e coglierebbe l’occasione per annuire. Dopo di che, tornerebbe in ascolto. © RIPRODUZIONE RISERVATA Nel nuovo saggio di Carlo Ossola la vicenda dell’autore delle “Città invisibili” si pone sotto il segno dell’invisibile, tra le acquisizioni della fisica quantistica e la lezione di sant’Agostino Italo Calvino (1923-1985)
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