giovedì 5 giugno 2014
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​Garrincha conosceva un movimento solo ma lo ripeteva così bene, che sembrava sempre nuovo. Finta, controfinta, poi scatto sulla destra a saltare l’uomo. Inesorabilmente. Eusebio da ragazzo faceva il lustrascarpe e lo chiamavano "ninguem" cioè "nessuno". Con i piedi però disegnava capolavori, un artista del pallone, forse il più grande che il Portogallo abbia avuto. Perché il campo di calcio non inganna, è uno dei pochi posti al mondo dove non conta chi sei o da dove vieni, tantomeno chi ti raccomanda. Se non hai tecnica, e coraggio, e fame agonistica, la concorrenza ti divora. E invece la storia del prato verde è piena di poverissimi ricchi di talento, di ultimi che diventano primi, di pietre scartate che vengono usate, per così dire, come testata d’angolo. Il riferimento alle Scritture non è casuale, richiama il rapporto con l’Assoluto e, insieme, le radici stesse del "football" dove – sottolinea Gianni Mura – «non è sufficiente sembrare, occorre essere». Il tema è al centro di un breve ma arguto saggio edito dalla Claudiana. In Bibbia e calcio (pagine 96; euro 9.50), Marco e Tobia Dal Corso, padre e figlio, rispettivamente teologo e studente liceale, approfondiscono affinità e differenze tra la Parola e il mondo del pallone, mettono a confronto l’idea biblica di libertà con il bisogno di giocare, il sogno profetico con l’immaginazione sportiva, il tema dell’ospitalità con la presenza sempre più massiccia di stranieri e oriundi nelle nostre squadre. Il punto di partenza non può che essere la dimensione per così dire liturgica della partita, un rito laico che spesso sconfina nella superstizione, e qualche volta straripa nel cattivo gusto, se non proprio nella blasfemia. Esemplare in questo senso la "canonizzazione" di Diego Armando Maradona, ribattezzato san Gennarmando e portato in processione dai tifosi del Napoli per lo scudetto vinto nel 1987. O forse più semplicemente, quella goliardata non era che la certificazione di come il calcio resti in fondo un gioco, dove le sconfitte, come le vittorie, vengono dimenticate così in fretta che bisogna inventarsi l’inimmaginabile per scolpirle nella memoria. Hai voglia a contare gli scudetti, a illuderti di scrivere la storia con un’azione fenomenale o un gol da cineteca. Nel mondo del pallone si consuma tutto in un’ora e mezza e ogni partita rappresenta un nuovo inizio, fa storia a sé, è un’altra pagina bianca da scrivere. Detto in altro modo, lo sport, il calcio, educano all’inutilità, che non significa spendersi per cose che non servono, ma recuperare il gusto della bellezza, stare con le persone, non per il vantaggio che ne possiamo trarre, ma in modo libero e creativo. Del resto – scrivono Marco e Tobia Dal Corso – un’immagine religiosa per eccellenza come il Paradiso «è totalmente inutile se messa alla prova dello spirito pratico e tecnologico moderno». Eppure la felicità non la incontri nelle cose che hai, ma nella fatica di conquistarle, nello spirito con cui le usi, nella virata che sai dare alla tua vita quotidiana. Puoi leggere mille manuali ma poi nel cuore ti resterà la frase di un romanzo, nella memoria l’eco di una poesia, negli occhi un colore, una magia. Quelle, sotto forma di dribbling e serpentine, che hanno reso famoso Gigi Meroni. In lui, nella "farfalla granata" morta a 23 anni appena, è racchiusa l’essenza stessa del calciatore, che per dirla con De Gregori, lo «vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia». E di nuovo il pensiero torna alla Scrittura. Perché nella Bibbia si è uomini nella misura in cui si è capaci di dialogo con Dio, di gratuità e disinteresse verso l’altro. E coraggio significa lasciarsi guidare dal desiderio ben oltre il bisogno, inseguire la libertà ben oltre la paura, essere consapevoli che le partite, come la vita, si "vincono" solo insieme. Come in un’orchestra, c’è bisogno di un direttore e di un primo violino, dei fiati come degli ottoni. E allora sarà possibile la sinfonia del calcio totale, quella immaginifica e armoniosa, dell’Olanda disegnata da Rinus Michels negli anni 70, l’Olanda dei Krol e dei Neeskens, guidata in campo da Johan Cruijff perfetto mix di tecnica sopraffina e furore agonistico. La stessa nazionale orange che di lì a poco avrebbe accolto i primi oriundi nati nel Suriname piuttosto che nelle Molucche. Una specie di avamposto dei nuovi cittadini europei che in Italia sono stati incoronati campioni del mondo con Camoranesi e oggi propongono il bresciano d’importazione Balotelli alla guida dell’attacco. La presenza degli stranieri di casa nostra è la fotografia di una nuova realtà geopolitica e insieme un richiamo ai valori biblici dell’accoglienza e dell’ospitalità, nel segno della ricerca del più indispensabile dei valori inutili. Quello che farà dire alla teologa tedesca Dorothee Solle: «Se dovessi spiegare a un bambino la felicità?. Non gliela spiegherei, gli darei un pallone per farlo giocare».
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