giovedì 11 settembre 2014
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Ci sono molti modi di essere insegnante: ad esempio si può interpretare il ruolo in maniera burocratica, da "impiegato" in un ufficio pubblico, senza preoccuparsi troppo dei risultati (tanto lo stipendio alla fine del mese arriva lo stesso); oppure si possono calare dall’alto contenuti e nozioni, come se gli studenti fossero tutti uguali e il "programma" un moloch intoccabile a cui sacrificare lo stesso buon senso. Ma si può anche insegnare provando a essere, insieme, dei maestri e dei compagni di viaggio dei propri allievi, condividendo un pezzo di vita e accettando di mettersi in gioco in prima persona.Alcuni anni fa Eraldo Affinati scrisse proprio su questo giornale un articolo che venne intitolato Insegnare, un modo di essere padre. Un titolo perfetto per indicare il suo modo di intendere il mestiere di professore. Una conferma che questa sia la visione, da parte di Affinati, di un lavoro che continua a svolgere con dedizione (negli ultimi anni nella "Città dei Ragazzi", una scuola romana che si occupa soprattutto degli adolescenti in difficoltà) viene dal suo ultimo libro, appena uscito da Mondadori, Vita di vita (pagine 168, euro 17).Khaliq è un ragazzo africano, giunto a Roma dopo essere sopravvissuto a condizioni di vita estreme. È stato alunno di Affinati, che in questo romanzo dichiaratamente autobiografico racconta in prima persona. Quando frequentava la scuola, Khaliq non capiva benissimo l’italiano, ma le volte in cui il professore leggeva qualche testo letterario era sempre attentissimo, come rapito dalla musica delle parole e forse, prima ancora, dalla percezione del forte coinvolgimento di chi stava in cattedra. Allora il ragazzo aveva stretto un patto con il suo insegnante: qualora fosse riuscito a ritrovare la madre perduta, Affinati sarebbe andato a trovarla insieme a lui. Passano alcuni anni e il giovane, uscito da scuola, trova lavoro in un bar. Ma soprattutto, aiutato nelle ricerche, ritrova la madre, che vive in uno sperduto villaggio del Gambia, il piccolo stato dell’Africa occidentale interamente circondato dal Senegal. Messi insieme due mesi di ferie, Khaliq può finalmente recarsi dalla madre per stare un po’ con lei. Ma non si dimentica di invitare il suo ex-docente. Il quale accetta di buon grado e così, accompagnato da Gerry, un amico avvocato impegnato nella difesa dei diritti dei migranti, si reca in Gambia per poi tornare con Khaliq in Italia.Il viaggio si rivela per Affinati un’esperienza forte, fatta di incontri intensi, di fatica ma anche della gioia di scoprire la comune umanità che lega le persone di ogni nazionalità, cultura o credo religioso, fino al coraggioso gesto di dialogo interreligioso di partecipare, lui cristiano ed europeo, alla preghiera islamica che si tiene in questo minuscolo villaggio africano. Lui e Gerry sono accompagnati nei vari spostamenti da Sefu, un fratello acquisito di Khaliq, e da Babu, che fa da autista. Nello stare a contatto stretto per diversi giorni, il gruppo si trova a essere sempre più unito, condividendo, nonostante le difficoltà di comunicazione, gioie e passioni, come quella per il calcio. Così si crea un rapporto speciale, tanto che alla fine dell’esperienza risulterà molto triste separarsi.Parallelamente, lo scrittore si interroga su se stesso, sulla propria vita, sul proprio lavoro, sulla storia del Novecento (la grande, feconda ossessione di Affinati). Si tratta di fare i conti con le proprie ferite interiori, con le vicende familiari, con le difficoltà che hanno attraversato i suoi genitori, con la dura scorza che la vita li ha costretti a costruirsi e che essi hanno cercato di trasmettere al figlio, infine con il proprio essere un figlio che si scopriva più forte del proprio padre e della propria madre. «In quell’amarezza – scrive – si nasconde la ragione per cui sono diventato insegnante». E infatti Affinati riflette sul suo essere padre, oggi, dei tanti ragazzi che gli chiedono ascolto in una società che tende a emarginarli, a farli sentire perduti già in partenza.La stessa letteratura, in tale contesto, cessa di essere il regno della fantasticheria e dell’evasione, rivelandosi invece lo strumento più potente e più efficace per validare l’esperienza. Per questo lo scrittore ha dato da leggere ai propri alunni, durante le vacanze estive (il viaggio si svolge a giugno), le lettere dal fronte degli studenti caduti nella Prima guerra mondiale, che, insieme a quelle dei condannati a morte della Resistenza, contrappuntano nel libro la narrazione vera e propria.Eraldo Affinati sviluppa il racconto in pagine di grande tensione stilistica, quella che non può esistere quando il testo non abbia una stretta attinenza con la vita. E sa disinnescare, a ogni minaccia, il rischio della retorica. Non a caso il libro si chiude, una volta che il narratore è tornato in patria, con la confessione di un fallimento educativo: un Franti irredimibile sembra sancire l’inutilità degli sforzi che i suoi professori hanno prodigato per lui durante tutto l’anno scolastico. Un insuccesso che rende più umani, provvisori e niente affatto trionfalistici, i successi del professor Affinati.
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