martedì 7 luglio 2009
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Un simbolo di forza quello del chiodo. Ma allo stesso tempo anche di fragilità se si tratta del Sacro Chiodo, quello del­la Croce di Cristo. Un’idea semplice. Un’idea che si è fatta musica tra le mani di Giovanni Sol­lima. «Quando i Cameristi della Scala mi han­no proposto di scrivere una partitura dedicata al Duomo di Milano ho vestito i panni del turi­sta e mi sono messo a leggere guide sulla catte­drale » racconta il violoncellista e compositore siciliano che questa sera sarà nel capoluogo lombardo per la terza edizione de I milanesi per il Duomo. «Avevo per le mani il violoncello – continua – quando la mia attenzione è stata cat­turata dal Sacro Chiodo custodito, appunto, nel­la cattedrale. Ho iniziato a suonare e ne è sca­turita una linea melodica fragile, semplice che poi è diventata l’ossatura del mio nuovo lavo­ro ». E Il Sacro Chiodo, un brano per violoncello e ar­chi, stasera risuonerà in prima assoluta sul sa­grato del Duomo davanti a oltre 5mila persone, pezzo forte di un concerto che vuole essere un omaggio al simbolo di Milano. «Un’esecuzione durante la quale duetterò con il suono e la luce – promette il musicista –. Ieri sera, infatti, ho re­gistrato il brano sulle terrazze della chiesa, pro­prio sotto la guglia della Madonnina. Oggi in piazza verranno proiettate le immagi­ni e si sentirà il suono che si fonderà con quello dell’orchestra e del mio violoncel­lo ». Un dialogo tra al­to e basso che Sollima ha voluto per raccon­tare «un’esperienza tutta interiore. Solita­mente – spiega – quando scrivo una partitura mi ispiro anche al luogo nel quale sarà eseguita. Poteva essere lo stesso anche qui, con la meravigliosa cornice del Duomo. Invece Il Sacro Chiodo è un canto poetico, un lamento senza parole che racconta uno spazio interio­re, che mette sul pentagramma le mie riflessio­ni di fronte a questo simbolo della cristianità». Quello milanese non è il primo confronto del musicista con il sacro: «Penso che la musica sia un elemento congeniale, a volte più delle parole, per affrontare le grandi domande dell’uomo, quelle sulla vita e sulla morte». E con il pensie­ro va a Bach di cui sta incidendo le Suite per violoncello, suo prossimo lavoro discografico che uscirà in contemporanea con BaRock , al­bum che raccoglie pagine dove la grande mu­sica barocca si contamina con le sonorità degli anni 60 e 70. Un esempio anche stasera con Vi­valdrix , dove il Barocco incontra Jimi Hendrix. «Ho sempre pensato che l’approccio che ave­vano i musicisti barocchi, che componevano direttamente sullo strumento, sia lo stesso mes­so in atto dai grandi del rock. La furia ritmica e visionaria che mi affascina in Vivaldi è la stessa che trovo nei pezzi di Hendrix». E quando gli chiediamo, visto il nome che ha fatto e visto che siamo in tema di anniversari, se la musica clas­sica avrebbe bisogno di una sua Woodstock, Sollima risponde entusiasta. «Sarebbe salutare per un mondo troppo spesso prigioniero di schemi vecchi e di vetrine obsolete come sono diventati i festival. Penso che tutti i musicisti si lancerebbero con entusiasmo in un progetto del genere anche per avere un contatto e uno scambio diretto con il pubblico». E promette: «Mi metto subito a lavorarci. Il luogo? Non è im­portante. Anche perché Woodstock era un po­sto sconosciuto. È stato poi l’evento a creare il luogo». Il violoncellista Giovanni Sollima
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