venerdì 1 novembre 2019
Il Museo Diocesano presenta novanta tele e sedici disegni dell’artista settecentesco, genio che non uscì mai dalla città dei Gonzaga e sulla cui opera sono ancora più le domande che le certezze
Giuseppe Bazzani, “Gesù condannato a morte” (1747)

Giuseppe Bazzani, “Gesù condannato a morte” (1747)

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Mentre mostra i muscoli per celebrare Giulio Romano – forse aderendo così ai bicipiti formali della pittura dell’allievo di Raffaello – con due mostre in gara tra loro, Mantova riserva un più raffinato trattamento al suo genius loci, il pittore Giuseppe Bazzani, di cui cadono ora i duecentocinquant’anni dalla morte (era nato a Mantova nel 1690). Mostra da non perdere. Al Museo Diocesano, che possiede una vasta quadreria di pittura lombarda e veneta, Bazzani fa la parte del leone. La mostra riunisce novanta opere: quarantadue provengono da collezioni private e vengono riunite per la prima volta. A corredo anche una scelta di sedici dei ventiquattro disegni riconosciuti alla mano del maestro. E questo è il primo dato di rilievo: Bazzani nonostante abbia trascorso tutta la vita a Mantova – non sono documentati viaggi di formazione altrove anche se si può pensare che si sia mosso fra Veneto e Lombardia negli anni giovanili – ha dipinto oltre trecentocinquanta opere (alcune ad affresco nelle chiese e nei palazzi mantovani), ma ci ha lasciato assai pochi disegni. Le spiegazioni, scrive il curatore della mostra Augusto Morari, possono essere varie, ma stando a quanto dice il suo biografo accreditato, Pasquale Coddè, nelle ottocentesche vite di Pittori, scultori, architetti ed incisori mantovani, Bazzani non disegnava e anzi se aveva preso appunti grafici in funzione delle opere pittoriche subito li bruciava perché vedeva in quegli schizzi una sorta di freno all’espressione e all’invenzione, «allo slancio dell’ingegno».

Mentre ero in visita alla mostra, la guida di un gruppo di turisti ripeteva il solito luogo comune facendo il paragone con Caravaggio, il quale (anche secondo valenti studiosi) non disegnava, ma delineava forme e architetture spaziali semplicemente tracciando incisioni sull’imprimitura, la base preparatoria del quadro, ancora fresca usando il retro del pennello. In realtà, e proprio perché la prima cosa a cui l’avrà “costretto” il Peterzano quando lo prese a bottega sarà stata quella di farlo disegnare, è difficile credere ancora alla fola che Caravaggio non disegnasse, per quanto effettivamente non disponiamo di nessuna prova che possa smentire la leggenda (ma credo che prima o poi si arriverà a trovare pezze d’appoggio e in quel momento si capiranno molte più cose anche sui suoi anni lombardi). Dunque, risulta difficile credere che pure Bazzani rientri in questa categoria di “improvvisatori” senza alcuna precedente mediazione fra tela e pennello. I disegni che si conoscono, che sono comunque in numero importante, possono essere dei “sopravvissuti” rispetto alla maggior parte di quelli distrutti dal pittore: una ipotesi del curatore è che se mai li abbia rifiutati, ciò dipenda dalle critiche che gli rivolgevano in quanto avevano l’aspetto di appunti rapidi, abbozzi o improvvisazioni, privi della qualità che dovevano acquisire attraverso una lenta riflessione sui modelli antichi. Morari cita anche una celebre frase di Guido Reni riportata dal Malvasia secondo cui «è il disegno il difficile, che il colorito presto si arriva».

Ma se dovessimo escludere per il Bazzani la mediazione del disegno in quanto “arte difficile” questo toglierebbe un po’ di luce anche alla sua pittura, che è invece sapientemente governata nella forma almeno quanto è capace di toccare vertici nella comunicazione degli affetti. Arduo gestire, come sa fare il Bazzani, certi scorci senza avere nel sangue quell’ingegno che passa appunto dalla costruzione nel disegno. Ché se è vero, come scrive Morari, che non c’è una diretta corrispondenza fra i disegni che conosciamo e il catalogo delle opere pittoriche, questo non autorizza immediatamente a sostenere che quei fogli siano opere a sé stanti, indipendenti dalla funzione di servizio alla pittura, poiché l’impulso che si coglie nel segno di Bazzani (e la modernità che sembra quasi scolpire con pochi rapidi tratti delle vere e proprie scenografie) è pur sempre proiettato a delineare teatri pittorici, come sinopie in miniatura o come i bozzetti in creta che alcuni scultori, da Michelangelo a Canova, realizzavano per possedere l’idea e il concetto di ciò che avrebbero poi tradotto nel marmo. Ed è sorprendente pensare che queste “stampelle” possano essere servite persino a uno scrittore come Dickens che quando era in crisi d’immaginazione nei soggetti delle sue narrazione pare avesse l’abitudine di plasmare delle figurine in creta dei personaggi su cui avrebbe costruito i propri romanzi.

Ma poiché ho tirato fuori la scultura, considerando la forza plastica delle invenzioni pittoriche di Bazzani, in particolare nella ritrattistica, senza nulla togliere alla raffinatezza ed eleganza della sua materia pittorica – delineando delicatezze cromatiche e un sentimento della luce settecentesco, ovvero una sintesi di cerebrale e sentimentale –, mi sono chiesto se nel maestro mantovano non vi sia stata anche una tentazione per la plastica. Ovvero, mi domando se alcuni disegni non siano alla ricerca di una solidità delle forme, che anticipa il sublime romantico e cerca di rappresentare lo spazio tridimensionale e le volumetrie dei corpi con una drammaticità che è ben oltre il barocco. Accanto a questo va considerato che negli studi più recenti si è imposta una visione che sposta verso la Lombardia l’orizzonte di riferimento di Bazzani, con una minor dipendenza dalla pittura veneziana settecentesca (nel catalogo generale del Museo, Stefano l’Occaso nota, per esempio, che fra Bazzani e Tiepolo, che negli anni Trenta fu a Mantova, non vi sono state con ogni probabilità influenze reciproche – mentre sono avvertibili fin dagli anni di formazione l’influenza del Grechetto come anche della pittura barocca meridionale).

Lo stesso Coddè nella sua Vita del Bazzani ricorda come si sia fatto le ossa sulle testimonianze in loco di Giulio Romano, Veronese, Mantegna e Rubens. Dunque, con un campionario di stili assai diversi. E lo spostamento – sempre più pronunciato nella lettura storiografica fino a Flavio Caroli che curò trent’anni fa la mostra antologica del Bazzani, precedente canonico di questa attualmente in corso – si giustifica anche per come l’approccio alla forma e agli scorci delle figure che il pittore mantovano manifesta lungo i decenni, richiamano lo stile del ticinese Petrini, e in alcuni ritratti anche il colore denso e vitale di Fra Galgario. Ma l’accenno di Morari a Piazzetta per quanto riguarda lo scatto velocissimo che si trova in alcuni disegni, oltreché giusto mi pare possa avere qualche riflesso anche nei modi pittorici e contribuisca a mostrare come Bazzani guardando in Lombardia mantenga però sempre un piede nel colore veneto. Sono dunque gli anni della formazione, come si nota in catalogo, quelli sui quali pende la maggiore ipoteca che la critica dovrà sciogliere in futuro.

Questi i temi fondamentali che la mostra mantovana consegna ai nuovi studiosi dell’opera di Bazzani, e il fatto che lo stesso catalogo che documenta – accanto a quello generale del Museo ovviamente egemonizzato dal numero cospicuo di opere del pittore – i quadri di collezione privata sia sostanzialmente un dossier dei dipinti con relative schede, senza un testo dettagliato di reinterpretazione dell’opera complessiva dell’artista, segnala lo stato attuale di cantiere aperto degli studi bazzaniani. A questi due cataloghi se ne aggiunge un terzo, edito anch’esso per l’occasione, dedicato ai disegni.

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