giovedì 7 luglio 2016
Ikonomou: il futuro ha bisogno di umanità
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«Sapere che qualcosa non esiste e crederci, questa è, ritengo, l’unica salvezza che ci è rimasta. Perché se credi in qualcosa che non esiste, forse, chissà, un giorno ciò in cui credi vedrà la luce». Per lo scrittore greco Christos Ikonomou, classe 1970, in libreria con i racconti Dal mare verrà ogni bene (Elliot), due anni dopo Qualcosa capiterà, vedrai, «la fede non è solo un’ancora: è l’unica ancora. Ripongo tutta la mia fede in Cristo non perché ha stabilito una nuova religione, ma perché ha stabilito una nuova vita. Ciò che la maggior parte dei cristiani non riesce a capire è che Cristo non è venuto nel mondo per resuscitare i morti, ma per far risorgere l’esistenza di tutti noi. Se potessero solo rendersene conto e crederci, con tutto il loro cuore e con tutta la mente, questo mondo sarebbe un posto migliore. O, almeno, loro sarebbero esseri umani migliori».

Il mare è la tomba di tanti migranti. Eppure molti decidono ugualmente di intraprendere questi viaggi della speranza. Possiamo dire che il mare è ancora simbolo di speranza? «Nel mio libro, il mare svolge un ruolo significativo di campo di battaglia tra speranza e disperazione, e tra due forze maggiori: la giustizia umana e la giustizia della natura. La prima è sintonizzata sulla memoria, sui ricordi; la seconda sull’oblio. Il mare, come parte della natura, non può ricordare la gente che vi è annegata: tocca a noi, esseri umani, farlo. Dobbiamo ricordare coloro che sono morti, perché questo è probabilmente l’unico modo per evitare altre morti. Il mare è un simbolo di speranza perché è un simbolo della resistenza contro l’oblio, della rivolta dei deboli contro i forti».

La crisi economica acuisce i conflitti sociali. C’è spazio per la solidarietà reciproca? «In Grecia, la solidarietà è diventata una parola d’ordine in questi ultimi anni. È facile parlarne di queste cose, difficile passare dalle parole ai fatti. Quindi sì, c’è uno spazio per la solidarietà, finché le persone si rendono conto che la solidarietà è un impegno costante, un valore morale, e non una sorta di slogan alla moda».

La povertà che aumenta coinvolge autoctoni e immigrati. Esiste il rischio di un conflitto sociale sempre più diffuso?«Naturalmente c’è questo rischio, soprattutto nei Paesi in crisi. La povertà accende la paura, e la paura è il fondamento di odio».

Anche nel libro precedente aveva affrontato il tema della crisi. Cos’è cambiato in questi anni, nel suo Paese? «La situazione in Grecia va di male in peggio. L’unico cambiamento è che ora abbiamo un governo eletto con la promessa che avrebbe posto fine all’austerità e ci avrebbe fatti uscire dalla crisi, ma ha già imposto misure di austerità ancora più dure, che ovviamente acuiranno la crisi, invece di superarla. In altre parole, abbiamo un nuovo falso Messia nella lunga serie di falsi Messia (cioè demagoghi) che hanno plasmato il passato e la storia presente di questo Paese».

In questo volume i toni sono più aspri, i personaggi più arrabbiati. Vuol dire che la crisi incattivisce le persone? «La crisi è come una malattia: più si rimane esposti al contagio, peggiori sono gli effetti. In tutti i miei libri sto cercando di scrivere su cosa significa essere un essere umano in un mondo che diventa, giorno dopo giorno, sempre meno umano. Le persone di cui scrivo sono peccatori, ma non dannati. Sono vinti, ma non perdenti. Penso a loro come persone distrutte che stanno cercando con tanta difficoltà di raccogliere i pezzi delle loro vite e rimetterli insieme. Questa lotta è quello che mi interessa di più. E sto cercando di scriverlo rivolgendomi ai lettori, non importa se sono greci o italiani o di qualsiasi altra nazionalità».

Quale ruolo possono avere le associazioni, le cooperative, le organizzazioni umanitarie nella risoluzione della crisi? «Non un grande ruolo, temo. Il problema è che tutte queste organizzazioni possono affrontare solo le conseguenze della crisi, non le sue radici. Possono sicuramente fare molte cose importanti ma, ancora una volta, non possono affrontare le cause reali della crisi».

'L’uomo inventò le favole e le riempì di mostri per non diventare lui un mostro. Perché la verità può trasformarti in un mostro. Devi diventare un mostro per sopportare la verità'. La verità rende liberi, come dice il Vangelo, oppure no? «La verità ci farà liberi, ma solo se siamo pronti e disposti ad accettarlo. Questo è uno dei temi principali del libro: come possiamo maneggiare la verità su noi stessi senza diventare mostri. Perché quel tipo di verità, la verità su chi siamo veramente invece di chi pensiamo o vorremmo essere, può rivelarsi estremamente dolorosa e inquietante».

Le nuove generazioni rappresentano la speranza per un futuro diverso? «Non ho mai creduto nel magico potere delle giovani generazioni. Per me, la speranza di un futuro diverso (migliore) è una questione di valori morali e non una questione di età».

Che spazio ha l’utopia, il sogno, in questo orizzonte pessimistico? «Non tengo molto alle utopie, ma ho grande fiducia nella speranza: è quella che ha bisogno di più spazio in questo orizzonte pessimistico. Per me, la speranza non è né un semplice sentimento, né un concetto astratto. Non è qualcosa che esiste al di fuori di noi o lontano da noi. Non è uno slogan politico, una trovata pubblicitaria o una parola d’ordine nei manuali di auto-aiuto. La speranza è una nostra creazione. Noi siamo quelli che creano speranza attraverso tutte le cose che abbiamo scelto di fare o non fare ogni giorno della nostra vita. La speranza è forse l’arma più potente che abbiamo contro la paura della morte. La speranza è la resistenza contro l’oppressione dello spirito umano dalla paura della morte. È esattamente quello che sto provando a fare nei miei libri: parlare di speranza, non della paura della morte. Parlare della vita, non della morte».

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