venerdì 2 ottobre 2020
La scommessa della fede prende le forme del nostro corpo e si manifesta nella realtà. Noi diventiamo icona vivente del mistero e subito abbiamo la necessità di rendere terzo ciò che è dentro di noi
Particolare dell'icona di Santa Maria della Clemenza (VIII secolo), conservata in Santa Maria in Trastevere, a Roma

Particolare dell'icona di Santa Maria della Clemenza (VIII secolo), conservata in Santa Maria in Trastevere, a Roma

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Immagine. Molto più che un tema di discussione per salotti buoni in cerca di passatempo impegnati. Molto più che un territorio su cui storici dell’arte, critici e teologi possono costruire le loro più o meno durevoli carriere. L’immagine è un organismo multiforme e cangiante, capace di nascondere ciò che dice e rendere visibile un rimando di specchi che non parla mai in modo univoco. Territorio meraviglioso e periglioso, in grado di veicolare messaggi che hanno cambiato la storia, dare corpo alle distopie più aberranti e a visioni del più potente umanesimo, come dimostrano, per fare un esempio tra migliaia, Leni Riefensthal nelle sue celebrazioni visive del nazismo o, per converso, Giotto negli affreschi di Assisi.

L’immagine viene sempre considerata un accadimento di sponda, rimando del contenuto che sta altrove. Il termine “medianico” è affascinante, ma va rivisto. L’immagine non è un tramite. Tra l’icona e la sostanza cui si riferisce non vi è distanza, ma coincidenza. L’immagine è tramite corporeo concreto e osmotico di due o più poli. La Presenza riflette in noi, generando una forma della sua esistenza attraverso la nostra peculiarità. Non importa se siamo creatori o osservatori. L’immagine è l’ibrido della relazione tra noi e la Presenza. Non è una astrazione meccanica. È un fatto corporeo, solido, sempre vero. Non invoca: incarna. Per quanto possa apparire paradossale, la Presenza prende forma e vita trasferendosi nella nostra realtà, infiltrandosi nella nostra carne, nel nostro pensiero. Diventa... noi.

L’immagine è un prodigio della estroflessione di questo evento nella materia sensibile attraverso il nostro tramite. È presenza altra, nella coincidenza con la nostra. Una immagine rivela e ci rivela. L’infinita catena di gesti ed eventi attraverso cui prende corpo, libera l’essenza dall’intenzione. È un vero e proprio poligrafo mistico. Ma a differenza del poligrafo non ammette dissimulazione. Ne consegue che parlare di esercizio estetico è sempre improprio. Quando ci si relaziona con la forma, con l’immagine, anche l’esercizio è essenza. È sempre manifestazione della quantità di Presenza in noi. Ciò che cambia nella evoluzione della pratica artistica non è la sua quantità di verità, intesa come verità di noi che prende forma. Ciò che cambia è la quantità di spazio che prende la Verità di noi, in noi. L’immagine siamo noi al filtro della stessa struttura che generiamo. O con cui ci relazioniamo.

Quasi sempre, per insicurezza, paura, opportunismo, si tenta di dissimulare la capacità rivelatrice dell’immagine. Ma questa non tradisce. Ne consegue che non vi è alcuna pratica della forma, tanto meno del sacro, che possa essere privata di dignità. Qualunque sia la sua arretratezza, ingenuità, involuzione o per converso raffinatezza, rarefazione, complessità. Merita sempre il medesimo rispetto perché porta in sé un fardello di identità. Disprezzarla, significa disprezzo per l’uomo. Ogni immagine, al di là di canoni e maturità estetica, veicola una porzione di presenza e verità. Certo, a volte può non essere quella che desideriamo.

L’ecumenismo iconografico è certamente uno dei più difficili da praticare. Ecumenismo come accoglienza e non come connivenza. Chi afferma che alcune opere andrebbero distrutte perché non degne, in particolare nel sacro, non si differenzia dai talebani, seppur in formato mocassino. Beninteso, non essere integralisti estetici non significa mancanza di giudizio. Ma il giudizio non è un cardine per ritenersi eletti.

L’immagine ha un legame indissolubile con la fede, scritto nella sua stessa genetica. E non mi riferisco solo alla fede religiosa. Fede è scommettere su qualcosa che non si può provare in termini strettamente fenomenologici. Priva di logica, è un passo nel vuoto che si può fare solo per amore. Inevitabile che questo generi, data la nostra costituzione, una necessità insopprimibile di rendere percepibile il mistero. La scommessa della fede prende le forme del nostro corpo, e si manifesta nella realtà. Noi diventiamo icona vivente del mistero e immediatamente mutuiamo la necessità di rendere terzo ciò che è dentro di noi, che scuote le nostre cellule.

Nasce l’urgenza dell’immagine, del punto di incontro, del simbolo. Che siamo noi traslati nel luogo della forma. Non un campione da laboratorio per critici e storici dell’arte. Quella immagine, quel punto di incontro, quel simbolo è nostre braccia e nostre gambe, nostre facce e nostre mani e piedi. Il dialogo sull’immagine diventa immediatamente personale, diretto. Diventa qualcosa che ha a che fare con la vita, con la nostra vita, non con la teoria, non con l’esercizio, non con l’autocompiacimento. Solo lì la partita, dal mio punto di vista, si fa interessante. Dove la mediocrità si fa giudizio, la gloria si fa condivisione.

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