domenica 20 gennaio 2019
In Europa, soprattutto orientale, c’è un abisso tra la reale presenza ebraica e la percezione diffusa. Che genera un’ostilità minacciosa, nonostante la linea filoisraeliana dei governi
Piccoli romeni degli anni 30 nel documentario "Nazione morta" di Radu Jude

Piccoli romeni degli anni 30 nel documentario "Nazione morta" di Radu Jude

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In un recente sondaggio commissionato dall’emittente Cnn alla società Comres, fine ottobre 2018, sull’antisemitismo oggi in Austria, Francia, Germania, Inghilterra, Polonia, Ungheria e Svezia, con un campione europeo di 7.092 soggetti, stratificato per territori, livelli scolastici, origine di genere, status professionali, risulta che un europeo su quattro percepisce troppa influenza ebraica nei differenti teatri di guerra o di conflitti a livello globale. Uno su cinque ritiene che gli ebrei abbiano grande influenza nei controlli sui partiti politici. Molti, in questa ricerca europea, sostengono di non aver mai conosciuto ebrei. Qui un fenomeno inedito: un’alta percentuale di polacchi sono consapevoli della piccola presenza ebraica nel loro Paese, ma la pura percezione, nelle risposte dei campioni somministrati, registra una presenza di oltre il 20% sulla complessiva popolazione polacca. Così anche in Ungheria si ritiene il 20% degli ebrei costituenti una religione nel mondo. La realtà è molto differente e stando al centro di ricerca Comres solo lo 0,2% nel mondo è di religione ebraica. Sono dati che vengono classificati come “antisemitismo senza gli ebrei”. Questi dati aprono una riflessione attorno ad uno strano paradosso che sta estendendosi in molti Paesi europei: e cioè da una certa decina d’anni in qua, specialmente nel centro Europa, tra Polonia, Ucraina e Ungheria (ma la questione va ben oltre, territorialmente parlando) cresce un’ostilità antisemita negli stessi circoli politici e aree di opinione pubblica dove si esprime un filo-israelismo che sa di paradossalità dati i soggetti che lo esprimono. Come è potuto succedere che in élite e basi sociali storicamente antigiudaiche da secoli, senza revisioni storiche autocritiche e collettive, stia ricrescendo, nell’assordante silenzio dell’opinione pubblica liberale e moderata, un infingardo antisemitismo sotto la maschera dell’attacco al “mito” dell’onnipresente George Soros, finanziere di origine ebraica, oramai connotato come “idealtipo” di quel che “filia” verso tutte le immigrazioni possibili ed immaginabili?

Oltre che nume tutelare delle cosiddette speculazioni finanziarie globali. Il tutto condito con il solito complottismo rifacentesi ai libelli pubblicati a fine Ottocento, di marca russo-ungara, dei chiamati “Savi di Sion” che tanto contribuirono alla ripresa popolare dell’antisemitismo, nel secolo passato, non più di marca teologica, ma biologico e pagano. Bisogna ricercare le radici di questi fenomeni verso l’inizio degli anni 2000 quando uscì in Polonia il libro dello storico polacco Jan T. Gross: I vicini: 10 luglio 1941, un massacro di ebrei in Polonia. Gross vi descrive come nel luglio 1941 in numerosi villaggi contadini della zona di Jedwabne avvennero pogrom e massacri da parte dei contadini polacchi verso i loro vicini ebrei. Senza alcun ordine dell’esercito tedesco, ma come forma di vendetta e paura. Vendetta per il cosiddetto “filosovietismo” di semplici contadini ebrei di nazionalità polacca, paura da compensare attraverso il sacrificio del cosiddetto “capro espiatorio” giudaico che sarebbe da millenni sempre stato anticristiano. Il dibattito sul libro di Gross ha aperto in Polonia, negli ultimi venti anni, attraverso documenti prima celati o dimenticati, una revisione dell’intera storia contemporanea di quella nazione aprendo riflessioni che ancora continuano. In Ungheria, ancora oggi in vecchi quartieri di Budapest si possono notare realtà culturali di nutrite famiglie di ebrei ortodossi muovendosi a fianco di tanti e tanti ragazzi che escono dalle discoteche o entrano nei negozi di quegli antichi quartieri dove nacque Theodor Herzl, fondatore del sionismo contemporaneo che ispirò tutta la complessa vicenda storica dello stato di Israele. I dati della ricerca Comres mostrano che il 30% dell’elettorato ungherese, sia conservatore che socialista, coltivi profondi pregiudizi antisemiti. A preoccupare la comunità ebraica di Budapest è la crescita elettorale di Jobbik, il partito di destra estrema che conta il 24% del consenso nazionale, che appoggia il cosiddetto Centro sociale del presidente del Consiglio Orbán e che ha proposto quest’anno la schedatura di tutti gli ebrei presenti nelle istituzioni ungheresi per difendere la nazione da «potenze imperialiste straniere come lo stato di Israele».

Per ora tutto ciò non si è tradotto in aggressioni fisiche o in problemi di ordine pubblico. In questa situazione come si comporta il presidente Orbán? Secondo gli esponenti della comunità ebraica di Budapest cerca di aiutarli, ma al tempo stesso, si fa notare, che il presidente stesso sta rivalutando pubblicamente con convegni culturali, politici e scrittori antisemiti. In questi anni, davanti ai nostri occhi, sta realizzandosi un paradossale “pellegrinaggio” di capi di stato centro europei che vanno in Israele, visitano compunti il grande museo memoriale dello Yad Vashem sullo sterminio generalizzato antisemita da parte dei nazisti e fascisti di tutta Europa durante la seconda guerra mondiale. Poi grandi dichiarazioni di filoisraelismo e di feroce antislamismo che, invece, ampie aree di opinione pubblica israeliana, trasversali come collocazione politica, non hanno mai richiesto, né amano sentirselo dire da rappresentanti centroeuropei. Basta leggere alcune recenti, lucide, riflessioni del grande scrittore Amos Oz, tra i primi a rendersi conto di certe false amicizie verso il suo Paese. Queste recenti ricerche ci aiutano a comprendere come, dentro il fallimento di politiche di austerità globale che propongono stili di vita senza-valori, le dinamiche della paura e della conseguente ricerca del colpevole – l’antico capro espiatorio di cui Réné Girard ci ha edotti dell’estrema attualità in formidabili saggi antropologici sulle cose nascoste sin dall’inizio dei tempi – queste dinamiche di panico hanno mostrato di essere, per le nuove élité reazionario-populiste, pane per i loro denti. Questi gestori delle paure sono cresciuti all’ombra delle crisi suddette, trovando nelle masse europee, stordite da insulse politiche progressiste, consensi diffusi e, io penso, sempre più stabili almeno sul breve-medio periodo. Gli attuali dirigenti israeliani sono imbarazzati, perché sanno benissimo quali profonde ambiguità covano ancora in larghi strati popolari sui temi del Medio Oriente, tra Polonia e Russia, tra Grecia e Turchia, in Francia, ma anche da noi. Con il vero e proprio trucco di essere con Israele, molte di quelle élité governative appaiono agli occhi della popolazione israeliana, a lungo isolata a livello internazionale, un’occasione da non perdere. Il settarismo neo-antisionista delle sinistre internazionali accresce questo paradosso internazionale. Le sinistre hanno fatto finta di non capire come il sionismo sia la contemporanea identità laico-politica dell’unica storia delle popolazioni ebraiche uscite dalla loro millenaria derelizione nei territori europei, proprio attraverso il risorgimento patriottico ebraico ad inizi Novecento con Theodor Herzl e Vladimir Žabotinskij. Certo sarebbe necessaria maggiore prudenza da parte del governo israeliano, ma così forte è questa ventata emozionale degli ex-razzisti (diciamo così) che sembra quasi una sbornia di alleanze insperate proveniente da quelle lande drammatiche dal Centro Europa verso lo Stato degli ebrei.

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