venerdì 20 febbraio 2015
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​L’elemento simbolico è fortissimo per due ragioni: la prima riguarda il vulnus patito nell’attentato del 1993 a Firenze che, con un’autobomba, uccise 5 persone e danneggiò, in qualche caso in modo irreparabile, numerose opere degli Uffizi attinenti al corridoio Vasariano.Tra quelle semidistrutte c’era anche L’Adorazione dei pastori dell’olandese Gerrit van Honthorst, noto anche come «Gherardo delle Notti», soprannome che si guadagnò perché, accogliendo la rivoluzione caravaggesca la tradusse in pittura «a lume di candela» (tutt’altra cosa, dall’idea tragica e metafisica di Caravaggio). Era un dipinto commovente, coi pastori che si recano dal Bambino e si felicitano l’un l’altro per questa nascita.Io non so se si possa dire che ne riconobbero la duplice natura umana e divina, il tema del quadro è certamente questo, a me pare tuttavia che il dato evangelico per Gherardo conti meno dell’aspetto immediato di una registrazione del fatto insolito di un venire al mondo con gli spartani rigori di una natura che da quella luce pare come redenta in anticipo; e i pastori, forse, riconoscono sì qualcosa, qualcuno, in quel bambino, ovvero se stessi, perché anche a loro poteva accadere di trovarsi sotto il cielo notturno a ripararsi in un anfratto di roccia tenendo l’occhio vigile sul gregge.Il quadro fu, per così dire, scorticato dal potente spostamento d’aria prodotto dall’esplosione e oggi si riesce appena a intuire che cosa fosse prima dell’attentato. Il secondo aspetto simbolico, che al ricordo di quella tragedia si lega e in qualche modo intende esserne il risarcimento – con tutta la malinconia e il rammarico per ciò che si è perduto, le vite umane in primis –, riguarda l’immagine sfigurata del quadro che risuona adesso come antifona della mostra che gli Uffizi dedicano al maestro olandese, il quale – va sottolineato – finora non aveva ricevuto l’onore di una degna retrospettiva, non tanto in Italia, dove visse circa un decennio subito dopo la morte del Caravaggio (per un certo periodo ospite dei Giustiniani, che furono grandi sostenitori del Merisi), ma proprio nell’Europa intera, persino nella sua patria.A colmare questa curiosa lacuna è uno dei nostri maggiori studiosi del caravaggismo, Gianni Papi. E da buono storico Papi compone nel catalogo Giunti un puzzle di date, ipotesi di cronologie delle opere, distinzioni tra il periodo caravaggesco e il seguito in Olanda, e poi in Inghilterra. La domanda, retorica quanto si vuole, ma giustificata più che non mai, è questa: perché nessuno, prima d’ora, ha mai pensato di comporre sotto gli occhi di un pubblico più ampio degli specialisti l’itinerario dell’Honthorst? Essendo ancora fresco il ricordo della mostra allestita a Villa Medici qualche mese fa sui "bassifondi di Roma" nel Seicento, il sospetto è che Gherardo delle Notti fosse, in definitiva, un pittore troppo poco incline a rimestare il liquamen degli istinti, dei vizi e delle gozzoviglie dell’epoca care a certo tenebrismo caravaggesco. In realtà, non ci fu una sottovalutazione del suo talento mentre era in vita, anzi fu molto richiesto.È nel seguito che la sua fama si diluisce dentro un orizzonte caravaggesco, dove altri più di lui si prestano a quell’atmosfera un po’ lubrica che sembra accompagnare quelle che il sottotitolo della mostra chiama "cene allegre", ovvero una convivialità sempre un po’ da osteria e da bontemponi che della vita amano l’ombra più che la luce, certi sentori malsani da taverna e postribolo più che il conciliabolo di corte.I temi dell’Honthorst sono tipici di quel clima, ma sempre trattati con un certo decoro, mai sopra le righe, con stile morbido e al tempo stesso ben levigato, dove difficilmente si avrà la sensazione di avere di fronte vere presenze umane, quanto piuttosto un gioco di rappresentazioni, un bel modo di dipingere, l’orgoglio di mostrare un sapere pittorico tradotto in quel particolare effetto notturno del chiaroscuro. Forse è perché non condivide più un certo clima prosaico della Città Eterna che nel 1620 se ne torna in patria.La mostra conta prestiti dai maggiori musei internazionali e quando andremo a stendere il bilancio dell’annata in corso la metteremo, senza dubbio, tra le più significative. Papi tenta o conferma una serie di attribuzioni che qui non discuteremo: restano forti dubbi che sia di Gherardo il San Luca di Chambéry, come anche l’Orfeo del Palazzo Reale di Napoli, e credo avesse abbastanza ragione Longhi quando contestava l’assegnazione, sostenuta con forza dal Voss, della Vanitas di Oxford, quadro strepitoso che non pare conciliarsi tuttavia con lo stile di Honthorst, e forse neppure con un caravaggesco italiano (l’atmosfera e la luce – l’opera venne indicata come anticipazione di Vermeer – fanno pensare a un milieu francese, e forse non aveva visto male del tutto il Pächt quando lo credeva di Nicolas Tournier).Per rimanere alla questione dei legami di Gherardo col mondo europeo, il tema che gli ha dato il soprannome con cui è più noto, quello della realtà vissuta a lume di candela, lo avvicina, sia pure con esiti assai diversi, a Georges de la Tour, pittore tutt’altro che morbido anzi "crudele", legnoso, duro come il cuore, quello di un uomo aggressivo e avido, poco pietoso verso l’umanità plebea e in sospetto di misoginia (diapason che oscilla dalla Donna che si spulcia alle ricorrenti versioni della Maddalena in meditazione, rendendo il giudizio difficile).Se stiamo a quel che si vede, la natura morta della Vanitas (specchio, teschio, libro) è un dettaglio così intensamente perfetto e mistico al tempo stesso, così razionale nel gioco compositivo, che mi pare estraneo alla natura di Gherardo, che nei suoi dipinti non mostra mai particolare sottigliezza concettuale (di veda il teschio in improbabile equilibrio del San Francesco in estasi di Cosenza e si potrà misurare la totale differenza di ideazione e realizzazione). Ma rispetto al francese, che pure porta nel suo caravaggismo la mediazione del Terbrugghen, Honthorst si dimostra un pittore essenzialmente antitragico ed edificante, mentalità forse da collegarsi con la committenza religiosa per cui lavorò.Nella pittura di Gherardo la luce non ha un valore "rivelativo" né una funzione "soteriologica"; non pone, come in Caravaggio, la questione della salvezza, né quella di una manifestazione generica del divino. Si tratta invece di umanissimo e materialissimo esercizio di chiaroscuro nel quale il lume di candela gioca una funzione strumentale, come in una scena teatrale o nella resa di uno spazio allegorico. Il senso poetico di Honthorst si coglie nel quadro del Ragazzo che soffia su un tizzone: il soffio ravviva il fuoco che, a sua volta, genera la luce attraverso cui il volto del ragazzo s’illumina. Il cerchio del significato si chiude nella tautologica rappresentazione di un artificio che rischia, forse involontariamente, di rivelare qualcosa di divino.Firenze, Galleria degli UffiziGherardo delle NottiQuadri bizzarrissimi e cene allegreFino al 24 maggio
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