giovedì 2 luglio 2015
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Sulla sua pagina Facebook, fino a qualche giorno fa si presentava penzolante a una corda da roccia. In parete, a testa in giù: Maria Chiara Pavesi, classe 1990, ha un cuore che batte scout e un sangue intriso di montagna. Al settimanale diocesano Vita Trentina, lo scorso gennaio ha raccontato il suo impegno con le nuove leve della Sat, la Società degli alpinisti tridentini. Oggi, ad Avvenire.it svela cosa sta dietro la sua decisione di partecipare a “150cima Tosa_open”: una 3 giorni dal 18 al 20 luglio, una kermesse per celebrare i 150 anni dalla prima conquista della vetta che è la regina del Brenta (leggi qui l’articolo). Tu arrampicherai sulla Tosa con un disabile. Sì, lo chiamiamo Ogi, ha 24 anni e soffre di problemi psichici. Ma accoglie ogni sfida con gioia, e poi è un grande appassionato di montagna. Ne sono certa: arriverà in vetta! Hai competenze particolari per seguirlo in quest’avventura? Con la mia associazione sportiva, la Uisp, ho partecipato a un progetto nazionale per alpinisti disabili: si chiama “Compagni di cordata”, e ha unito in un percorso di avvicinamento alla montagna ragazzi normodotati, non vedenti, ipovedenti e con disagio psichico. Tra l’altro è proprio lì che ho conosciuto Ogi. Formazione sul campo, dunque… Beh, sì, ma non solo. Prima mi sono laureata in Scienze dell’educazione con una tesi in pedagogia della montagna, evidenziando come la montagna può essere veicolo di crescita sociale, culturale e personale. Poi, per completare la mia formazione, ho deciso di ricominciare da zero con psicologia. E, stavolta, il tirocinio ha riguardato proprio sport e disabilità.
Compagni di cordata in grotta Immagino che “Compagni di cordata” non sia stato propriamente una “passeggiata”… Sì, com’è naturale ci siam confrontati con diversi problemi. Ma una volta è successa una cosa che ci ha fatto riflettere. Quando siamo entrati in una caverna senza pila frontale, noi normodotati per prima cosa abbiam messo davanti le mani per cercar di capire dove stavamo finendo… Certo… Invece no. Stavamo sbagliando, e a correggerci son stati i ragazzi con problemi alla vista. Subito ci han detto che dovevano ascoltare la nostra voce e i rumori della grotta: solo così avremmo potuto imboccare una direzione sicura.
Compagni di cordata in falesia Decenni di alpinismo ci hanno presentato una montagna inaccessibile, conquistabile solo da pochi eletti... Che questa sia l’immagine ricorrente, è vero. Ma io ho toccato con mano il contrario: la montagna può non essere un luogo esclusivo. In questo senso mi ha molto colpito quanto detto da un ragazzo alla fine del corso: “Consiglierei “Compagni di cordata” a tutti quei saggi e professionisti che ci ritengono non adatti alla montagna”. Cosa significherà per Ogi ascendere alla Tosa? La semplice attività fisica di per sé potrebbe servire a poco. Ma se riuscirò e riusciremo a fargli vivere bene il senso di quel salire e scendere, allora questo 150° gli regalerà un’esperienza insostituibile.
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