Documenti. Gubbio 416 d.C., la liturgia fa geopolitica


GIANNI SANTAMARIA sabato 19 marzo 2016
Gubbio per Hermann Hesse è una città dalle costruzioni «imponenti», ma basta girare lo sguardo ed è circondata da ore di verde campagna. Riavvolgendo la pellicola della storia dal XX al V secolo, la comunità umbra nell’Alto Medioevo – incastonata tra le vie Flaminia e Amerina – ha avuto un suo protagonismo e si è trovata a un crocevia storico che tocca da vicino la sua identità cristiana. E quella di tutta la Chiesa. Il 19 marzo del 416, infatti, papa Innocenzo I rispondeva a dei quesiti in materia di dottrina e liturgia che il vescovo locale gli aveva posto, gettando nuova luce e dando veste universale e normativa a questioni riguardanti la cresima, l’unzione degli infermi, il digiuno in ogni sabato, l’assenza di celebrazione di sacramenti venerdì e sabato santo, la collocazione del segno della pace. Atti liturgici sui quali il pastore aveva difficoltà con il suo clero, influenzato da riti come quello ambrosiano. Si tratta della Decretale di Papa Innocenzo I a Decenzio vescovo di Gubbio. Testo, il più antico a noi pervenuto, sul quale a ben 1.600 anni di distanza la diocesi di Gubbio invita a riflettere. Per riattualizzarlo. Ieri la prima di una serie di iniziative in programma per l’anniversario: un convegno internazionale di studi sul documento, organizzato con la Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo (che ospita il Pontificio Istituto liturgico). Quella del Papa a Decenzio - figura sulla quale non si hanno ulteriori notizie (neppure si conosce il testo della domande che pose al Pontefice, ma questi cita suoi predecessori, testimoniando che la Chiesa eugubina affonda ancora più nel passato le sue radici) - fu la «risposta immediata ai bisogni di una Chiesa locale» che si trovava inserita in un «processo geopolitico» ben più ampio, ha detto il monaco camaldolese Ubaldo Cortoni, eugubino di origine. Lo storico e teologo ha delineato il contesto di allora, in cui una riforma interna alla Chiesa si inseriva e in qualche modo sopperiva al tracollo istituzionale dell’Impero romano d’Occidente. Ne emerge la figura di Innocenzo come Patriarca dell’Occidente. «Per la prima volta la lettera di un Papa cerca di dare coesione interna all’Impero che cerca di darsi una nuova forma ma non ci riesce». Ecco che Gubbio, lontana dai centri nevralgici, allora e come secoli dopo constatò Hesse, con questo documento «esce dal silenzio» per divenire «snodo» tra Roma e la Pentapoli bizantina. Tempi di crisi. La cui somiglianza con quelli odierni viene esplicitata dallo stesso studioso. Parlando della «perdita di sicurezza di Roma» (il sacco dell’Urbe è di soli sei anni anteriore al decretale) la paragona, infatti, all’Europa di oggi. E tra le cause cita il tracollo dell’Africa settentrionale. Certo sono passate 64 generazioni, calcola il teologo e liturgista del Sant’Anselmo, Andrea Grillo, per dare l’idea di quante sedimentazioni si siano depositate sul testo. Che su un aspetto delicato come il sacramento dell’unzione dei malati è stato recuperato nella sua valenza non solo penitenziale, ma anche terapeutica dal Concilio Vaticano II. Ma dimenticato in altri testi. Come segno di guarigione, insomma, non solo di accompagnamento alla morte. Innocenzo I non usa, infatti, l’espressione “estrema”, scaturita in un percorso che attraversa le controversie medievali, il Concilio di Trento, fino alla modernità. Una lettera, dunque, che «apre al futuro, facendo teologia non dal balcone, ma per strada». L’invito è alla creatività a non vedere la tradizione come un museo. Esercizio al quale si sono dedicati anche gli altri relatori: dall’australiano Geoffrey Dunn, al catalano Josep Vilella, al tedesco Harald Buchinger, fino a Giovanni Di Napoli e Alessandro Toniolo. Un testo che non solo getta luce sulle origini della diocesi, ma è anche «testimonianza della volontà di trovare una soluzione nella concordia» da parte di Innocenzo e Decenzio, che sentivano tutta la preoccupazione per quella situazione di crisi, ha tirato le somme il moderatore, don Matteo Monfrinotti, docente di Patristica. Ma cosa dice un testo di sedici secoli fa all’oggi? «L’elemento di fondo è la comunione nella Chiesa, che lega vescovo e papa, presbiterio e vescovo. Se oggi non ci sono problemi di riti, la comunione viene messa in crisi su altri piani», ci dice il vescovo di Gubbio Mario Ceccobelli a margine dei lavori, che ha aperto insieme al rettore dell’ateneo benedettino, padre Juan Javier Flores Arcas. Una «tensione» di fondo che la Chiesa vive insieme alla società in cui vive. C’è «questa fragilità della società che chiamano liquida, l’incapacità di mantenere gli impegni, la mancanza di idee chiare e l’individualismo», riflette il pastore umbro. Tra le iniziative organizzate a Gubbio intorno all’anniversario, ci sono l’esposizione – dal 28 marzo al 9 settembre – del codice in pergamena del VII-VIII secolo che contiene il testo. E progetti nelle scuole. Dal 22 al 25 agosto la diocesi umbra ospiterà la 67ª Settimana liturgica nazionale.
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: